Gli affiliati (intercettati) discutono di un sodale caduto in disgrazia e messo ai margini dal clan

I sodali lo ritengono un vero e proprio «parassita», «uno che campa sulle spalle nostre (del clan, ndr)» e che a differenza degli altri affiliati, non ha una propria attività «lecita» (o di facciata) con la quale sostenere sé e la propria famiglia. E’ la figura di tale Peppe, che emerge da numerose informative di polizia giudiziaria prodotte sulla cosca dei Fabbrocino, organizzazione criminale egemone a San Giuseppe Vesuviano e in altri comuni del comprensorio nolano. Gli esponenti di rango del gruppo, quando c’è da prendere decisioni importanti, si ritrovano presso la cosiddetta «casarella», vale a dire un fabbricato che è ubicato in campagna, ed è protetto dalla fitta vegetazione circostante. Agli incontri, ma solo perché, forse, è nel clan da molto tempo, viene invitato anche Peppe.

Da affiliato di rango
a «ragazzo del bar»

A quest’ultimo però toccano i compiti da vivandiere. Nel corso di una telefonata (intercettata dagli 007 dell’Antimafia), Peppe viene contattato perché dovrà portare «giù alla casarella… acqua, caffè e dolcini per i compagni». Non si sa, se sia o meno riuscito a sedersi intorno al tavolo delle decisioni, in quell’occasione, anche se dalla considerazione che ha di lui, il reggente del clan, gli inquirenti propendono per l’eventualità che «venga escluso da ogni tipo di riunione».

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La riunione a casa del boss

A conferma di ciò c’è un’altra conversazione captata dalle forze dell’ordine. Avviene tra due affiliati, uno dei quali, il giorno precedente si è incontrato con il capo, a casa di quest’ultimo. Un caso fortuito ha voluto che quello stesso giorno, Peppe si fosse recato dal boss, «per andarlo a trovare». «Quello, là, a casa (del boss) ci stava pure Peppe, ma quando abbiamo cominciato a parlare di cose serie, lo hanno mandato a prendere il caffè al bar… cinque volte lo hanno mandato», afferma, intercettato, l’affiliato che racconta l’episodio al suo interlocutore.