Si attua la linea di Matteo Renzi con un centro liberale riformista e di ispirazione socialista

di Marcello Lala

Il governo del tutti o quasi è partito. Oggi giureranno i ministri del primo governo Mario Draghi che sarà ricordato nella storia di Italia come il governo con la più ampia maggioranza mai vista.

ad

Molti sembrano dimenticare l’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che quando aveva realizzato la fine dell’attuale sistema politico in un momento così drammatico per il paese aveva detto «l’Italia necessita di un governo adeguato per affrontare le emergenze» ed aveva fatto appello al «senso di responsabilità dei partiti».

Draghi ha, secondo chi scrive, assolto meticolosamente al compito che gli è stato assegnato. Non è certo il governo dei «migliori» come tutti auspicavano ma sicuramente i «migliori» sono ai posti chiave ed hanno i ruoli che possono cambiare il volto di un paese.

Abbiamo dinanzi a noi sicuramente un governo di Unità nazionale ed il fatto che tutte le forze politiche (tranne FdI) siano rappresentate lo testimonia con un leader Mario Draghi che non vuole certo avere una leadership a mezzo servizio ma totale su di esso.

Ma quello che salta all’occhio dell’attento osservatore è che, nel manuale Cencelli della distribuzione delle nomine ai partiti, Mario Draghi abbia usato una linea politica ben precisa accantonare le correnti sovraniste e populiste da un lato e le correnti che più avevano governato nell’ultimo governo Giuseppe Conte dall’altro. Mi riferisco in particolare allo spazio dato a Giancarlo Giorgetti ed ai due ministri Massimo Garavaglia ed Erika Stefani volti della Lega espressione del mondo delle imprese produttive del Nord Italia, all’investimento su Luigi Di Maio (molti dicono avrebbe potuto risparmiarselo) e Roberto Fico ala governativa dei M5S per garantirne la tenuta in Parlamento (non dimentichiamo l’alto numero di parlamentari cinque stelle) per finire a Forza Italia e Pd premiati nelle loro correnti più moderate Mara Carfagna, Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Dario Franceschini, Lorenzo Guerini ed unico contentino all’ala di Nicola Zingaretti, Andrea Orlando.

Questo ovviamente, ed è anche l’idea non nascosta di Matteo Renzi, metterà i partiti in una posizione di restart. Si ricomincia da zero per rifondarsi riprogrammarsi e perché no ricostituire qualcosa di nuovo.

Siamo certi che a Matteo Renzi non sarà sfuggito l’aiutino volontario o non di Mario Draghi a sviluppare un area di centro in Italia che veda insieme liberali, riformisti socialisti e popolari che sulla carta potrebbero rappresentare il 10-12% minimo dell’elettorato moderato.

Una operazione che vedrebbe in campo Forza Italia, Azione, Italia Viva, +Europa, socialisti ed una parte del Pd che vedrà un’alleanza o un nuovo soggetto politico che accantonerebbero per sempre i concetti del populismo dell’uno vale uno e delle pagine buie della politica italiana degli ultimi 20 anni soprattutto dopo la svolta per ora parziale della Lega.

Un esperimento del genere viste le condizioni date potrebbe essere sicuramente una soluzione politica ai problemi di Napoli. Un patto riformista tra le forze liberal socialiste che esprima una proposta politica riformista e di rilancio della città e che esprima un candidato sindaco al passo con i tempi e pronto a prendere per la coda i drammatici problemi che attanagliano la città, un professionista, un manager una persona che però abbia una forte sensibilità politica riformista e popolare troverebbe in questa area di riferimento che dovrà nascere il sostegno maggiore che arginerebbe gli estremismi tardo arancioni e pseudo rivoluzionari che ci hanno ridotto nelle condizioni che più volte ahimè abbiamo tristemente affrontato e cioè debito alle stelle città senza prospettiva di sviluppo ed ora addirittura senza una guida perché impegnata in altre faccende fuori Regione.

Riproduzione Riservata