È la punta di diamante di un movimento in crescita con 1750 tesserate e 11 internazionali

Speriamo che sia femmina. In Champions e in Europa c’è già, un arbitro donna per un calcio di uomini. E l’Italia sta facendo i suoi passi, verso un traguardo a suo modo storico. «Arbitrare la seria A maschile? Succederà, e allora sarà perché noi donne lo meritiamo, non certo per una discriminazione al contrario. Di fatto, è il momento giusto per capire che non esistono arbitri uomini e arbitri donne, ma solo arbitri bravi e meno bravi», dice Maria Marotta, la via italiana a Stephanie Frappart.

Quel giorno, che sia lei o un’altra a fischiare una punizione a Cristiano Ronaldo o ad ammonire Ibrahimovic, l’arbitra scenderà in campo al fianco di Antonella Polimeni, prima donna rettore della Sapienza, o di Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana. «Congratulazioni alla Frappart, è arrivata lì perché’ lo merita – dice Marcello Nicchi, presidente dell’Associazione arbitri – Anche in Italia abbiamo un gran bel movimento: non siamo ancora arrivati a quel punto, ma presto il traguardo potrà essere alla portata”.

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Marotta arbitra da quando aveva 16 anni, e dice di farlo «perché sono un’innamorata del calcio»; ora, a 37, è arrivata dalla sua Battipaglia a dirigere una squadra di B, il Cosenza, in Coppa Italia contro il Monopoli e staziona stabilmente tra i colleghi maschi della Can di serie C, al terzo anno insieme all’esordiente Maria Sole Caputi Ferrieri. «Non sono sola: con me c’è tutto un movimento che è cresciuto», racconta Marotta prima di entrare al campo per uno dei suoi tre allenamenti settimanali.

Quasi mille e ottocento tesserate all’Aia, 11 internazionali tra arbitri e assistenti, altrettante donne impiegate nei campionati maschili dalla A alla C, compresi anche gli organi tecnici. «Studio la Frappart – racconta Marotta – Ha tecnica e preparazione fisica uguale a un uomo. Vedi dirigere, e poi se guardi ti rendi conto che è una donna…Impressionante». La differenza tra dirigere una partita tra donne o tra uomini è semplice: «Non tanto la velocità, quanto l’agonismo: i calciatori tendono di più a protestare, le calciatrici hanno più rispetto dei regolamenti. Però di insulti, fortunatamente, in carriera non ne ho mai ricevuti. Anzi, alle volte noto negli uomini un maggior rispetto della figura femminile: mi fa dolore, ogni domenica, sentire di tanti colleghi aggrediti sui campi di tutta Italia…».

La freddezza, quella è nel carattere: «Ricordo un Potenza-Brindisi davanti a seimila spettatori: sono entrata allo stadio e pensavo “non è il mio posto”. Poi mi sono infortunata e ho ripreso: al 97′, con il Potenza sull’1-0, ho dato un rigore al Brindisi. E in quel momento ai 6000 sugli spalti non ho davvero pensato…». Ora però a Maria Marotta, una passione per Lucio Dalla sulle note del cui “Rondini” prepara ogni partita in camera prima di andare allo stadio, spetta un ruolo più ampio di semplice arbitro. “Io simbolo di un muro da abbattere? So solo che è il momento giusto per non fare più discriminazioni: e che non dormo la notte al pensiero che un mio piccolo errore può rovinare tutto quello che le donne hanno costruito»,

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