Carmine Alfieri e Pasquale Galasso

Il collaboratore di giustizia Pasquale Galasso racconta come diventò uno dei più influenti boss del Vesuviano

E’ considerato tra i collaboratori di giustizia, che con le proprie dichiarazioni hanno maggiormente contribuito a disarticolare il cartello della Nuova famiglia, che combatté e vinse la guerra di camorra che – tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso – insanguinò la Campania. E’ Pasquale Galasso, oggi 66enne, e per anni, fino al 1992, ai vertici dell’organizzazione criminale capeggiata da Carmine Alfieri (che lo seguirà a ruota, sulla strada della «redenzione»). Nel corso del controesame che si tiene il 18 novembre del 1997, l’ex boss di Poggiomarino ribadisce ancora una volta quale fu la molla che lo portò a cambiare vita, facendolo passare da studente iscritto alla facoltà di Medicina, a uomo di camorra.

L’episodio che, appena ventenne, lo fece, di fatto, entrare in contatto con ambienti malavitosi fu quello del tentato rapimento (suo e di sua sorella) a opera di tre banditi. Galasso raccontò di essere riuscito – nel corso del raid – a impadronirsi della pistola di uno dei rapitori e uccise due del commando. Ma il motivo scatenante che lo fece «votare» alla camorra, e alla vendetta, fu l’omicidio del fratello Nino, avvenuto a gennaio del 1982. «Seppure prima dell’uccisione di mio fratello avevo partecipato a qualche omicidio, dopo la morte di mio fratello mi decisi, in un certo qual modo, a scegliere la strada della vendetta e della camorra, irreversibilmente», sottolinea Galasso durante il controesame.

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E spiega: «(Dopo quell’omicidio) scelsi o di morire ammazzato o il carcere a vita, pur di vendicare mio fratello. Prima aveva partecipato a qualche omicidio, ma sempre concatenato alla circostanza del ’75 (quando avviene il tentativo di rapimento, ndr), nel senso che per proteggere me e i miei familiari dal ’75 in poi, entro in contatto con gli Alfieri e poi mi trovo coinvolto in questi (fatti di sangue)». E continua: «Fino a quando non ci fu l’omicidio di mio fratello Nino, io mi ero illuso, che partecipando agli omicidi (che avvennero prima di quell’evento), potessi avere la mia tranquillità, potessi portare la serenità a Poggiomarino e quindi uscirmene fuori. Invece, dopo l’omicidio di mio fratello Nino venni travolto completamente e da quel momento in poi scelsi la strada della camorra».

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