Don Tonino Palmese

Ecco perché è irricevibile la provocazione della proposta di trasferire i murales della malavita dalla strada nei palazzi delle istituzioni

Nei giorni in cui a Napoli, infiamma la discussione su murales, altarini e cappelle della malavita, realizzati in memoria di giovanissimi rapinatori e baby-boss, prende posizione anche don Tonino Palmese, vicario episcopale e presidente della Fondazione Polis per i familiari delle vittime innocenti della criminalità. Una posizione di condanna che nella forma, sembra ferma e decisa, perché sottolinea il prelato – in una intervista resa al quotidiano Il Mattino -, le gigantografie, le cappelle e ogni messaggio comparso nel nome e per conto di chi delinque, vanno spazzati via.

Almeno nella forma, scrivevamo, perché rispetto alla sostanza, va rilevato come don Palmese, tenga a enunciare la sua personalissima tesi riguardo alla questione. «Gli stessi murales dovremmo metterli nei palazzi delle istituzioni, a partire dal Comune, passando per la Chiesa e finendo in Prefettura». Per quale motivo? Così «ogni volta – argomenta il religioso –, volgendo lo sguardo verso quei volti, la domanda da porci dovrebbe essere questa: “Ma noi dove eravamo?”».

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Va detto subito che la proposta di trasferire «il muro del pianto della camorra» in sedi istituzionali, è sì provocatoria, ma è irricevibile anche come provocazione. Ci si chiede? Perché un cittadino dovrebbe essere contento e dovrebbe essere portato a riflettere, se recandosi a Palazzo San Giacomo, a Palazzo Matteotti o Palazzo Santa Lucia, a sporgere denuncia in un posto di polizia, per una rapina subita, o in chiesa, a Messa, si trova davanti l’immagine di Ugo Russo, di Luigi Caiafa, o di Emanuele Sibillo (giusto per fare qualche nome)?

Perché invece di mettere nelle sedi istituzionali, i volti di rapinatori e baby-boss, non si installano le fotografie del poliziotto eroe Lino Apicella, o quelle degli altri servitori dello Stato caduti per mano di criminali, delle vittime innocenti della camorra, o semplicemente, immagini di uomini e donne che combattono da posizioni di subalternità il malaffare dilagante. Perché non mettere la foto di un prete di periferia impegnato con il recupero dei ragazzi, di un maestro di strada?

Caro don Tonino, la sua proposta, dice, è finalizzata alla riflessione, a farsi la domanda: «Noi dove eravamo?». Noi, come la stragrande maggioranza dei cittadini napoletani, eravamo a lavorare, impegnati a svegliarci presto per muoverci in città, con tutti i problemi che affliggono Napoli. Noi, di notte, eravamo a dormire, e non su uno scooter con targa contraffatta, arma in pugno, per portare via un Rolex a un carabiniere, o i soldi a un padre di famiglia.

Ci perdoni, don Palmese, ma non accettiamo che un uomo di Chiesa, faccia una predica così riduttiva  (su un fenomeno tanto complesso) e fornisca le solite buoniste e falso-progressiste scusanti a dei ragazzini che delinquono. Non si tratta di «compagni che sbagliano» e che vanno «compresi», volendo utilizzare una formula che nel nostro Paese, ha portato perfino a giustificare i terroristi (e ce n’erano tanti di giovani nelle file di Br, o dei Nar), si tratta di ragazzi la cui scelta di agire dalla parte dell’antistato va esclusivamente condannata. E basta. Rispetto per i morti, certo, ma non dare adito a fraintendimenti pericolosi attraverso dichiarazioni «assolutorie» da prete da salotto.

Perché alle storie dei baby-banditi, fanno da contraltare, vivaddio, quelle di ragazzi che dal centro alla periferia, nelle stesse situazioni difficili, se non assai più complicate, dei loro coetanei che lei «giustifica», si industriano, studiano, lavorano e riescono. E nel momento in cui c’è da scegliere da quale parte stare, prendono la strada della legalità. E poi, don Tonino Palmese, perché lei prende posizione sui murales e non su quanto stanno subendo gli studenti napoletani, ai quali è negata l’istruzione? Quando le viene chiesto delle soluzioni da mettere in campo per salvare la gioventù, lei afferma: «A questi giovani serve una scuola che non sia inutile, e invece spesso lo è».

Certo, inutile, come stanno le cose oggi nella nostra città e nel resto della Campania (terza regione per evasione scolastica). Ma allora ci chiediamo: in tutti questi mesi, lei dov’era quando si è sviluppata la discussione sulla modalità della didattica? Quale il suo contributo in termine di idee? Lo sa che la scuola, da frequentare, è il primo presidio di legalità?

Sicuramente è a conoscenza di questa circostanza, come da uomo di Chiesa impegnato qual è, sarà a conoscenza di quanto ha affermato, di recente il Pontefice. Che esortando i fedeli a resistere agli effetti catastrofici della pandemia, dal punto di vista della sfera sociale, ha avuto un pensiero anche per i bambini e i ragazzi, che in Italia si trovano a fare i conti con la Dad.

«L’aumento della didattica a distanza ha comportato pure una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da internet e in genere da forme di comunicazione virtuali, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online», ha detto Papa Francesco. «Assistiamo a una sorta di ‘catastrofe educativa’, davanti alla quale non si può rimanere inerti, per il bene delle future generazioni e dell’intera società», ha sottolineato Bergoglio.

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