lunedì, Dicembre 6, 2021
HomeNotizie di SportCalcioDiego e il doping, la sentenza già scritta

Diego e il doping, la sentenza già scritta

Pubblichiamo alcuni capitoli del libro “L’oro del Pibe”, di Giuseppe Pedersoli e Luca Maurelli

Quella di Diego a Napoli è stata una di ordinaria ingiustizia fiscale, ma anche di foto rubategli da boss, pentiti che cercarono di infangarlo, leggende su scudetti venduti, inchieste finite con assoluzioni, mentre in tanti, in Italia, cercavano di incastrarlo, anche col doping, per vendicare l’eliminazione dell’Italia ai Mondiali e il tifo dei napoletani per Diego.

Pubblichiamo alcuni capitoli del libro “L’oro del Pibe”, di Giuseppe Pedersoli e Luca Maurelli (Esi, Edizioni Scientifiche Italiane), uscito nel 2006, nel quale si riassumono le disavventure giudiziarie del campione argentino.

Diego positivo, Moggi si dimette poco prima…

17 marzo 1991, stadio San Paolo, Napoli batte Bari 1-0 (0-0).

Napoli: Galli, Ferrara, Francini, Crippa, Baroni (46′ Renica), Rizzardi (78′ Mauro), Corradini, Venturin, Careca, Maradona, Zola.

Bari: Biato, Loseto, Carrera, Terracenere, Maccoppi, Brambati, Colombo (78′ Soda), Gerson, Raducioiu, Maiellaro, Joao Paulo.

Arbitro: Cesari di Genova.Rete: 55′ Zola.

Note: Cielo sereno con temperatura mite, terreno di gioco in buone condizioni, spettatori paganti 50.104 per un incasso complessivo di L. 1.159.275.000.

«Maradona la mente, Zola il braccio. Vince il Napoli, ma soffrendo», titolò un giornale cittadino: ma quella dell’addio di Diego ai suoi tifosi fu una brutta partita, il Pibe giocò maluccio, però inventò l’assist vincente per Zola. Maradona era sceso in campo quasi per miracolo, pregando il mister di schierarlo anche se in condizioni fisiche precarie, dopo che in settimana era stato afflitto da forti dolori al ginocchio e alla schiena. «Ringrazio il mister, mi ha detto di andare in campo perché ci mancavano tanti uomini». Tutto ciò dimostra che Maradona non migliorò in alcun modo la propria prestazione con l’assunzione di quella cocaina ritrovatagli poi nel sangue. Ma al contrario, poteva starsene tranquillamente a casa, infortunato, evitando qualsiasi rischio di risultare positivo ai controlli per la droga assunta peraltro due giorni prima del match.

Ma in quel nefasto 17 marzo ’91 si verificò anche un’altra, incredibile coincidenza: Luciano Moggi, subito dopo la partita, annunciò a sorpresa il proprio addio al Napoli. «Questo secondo ciclo è finito e di conseguenza la società deve operare per cambiare qualcosa, per ricreare gli stimoli giusti». Cosa significa? gli chiesero allibiti i giornalisti. «Sarò più chiaro dopo che avrò parlato con Ferlaino e allora anche la società farà conoscere le sue decisioni».

Cosa si preparava a fare la società? Voleva davvero vendere Maradona? O forse voleva obbligarlo al rispetto del contratto con le cattive? O cos’altro? E perché Moggi andava via, proprio quel giorno maledetto?

Sta di fatto che il primo a dispiacersi per quell’annuncio di Lucky Luciano fu proprio Diego: «Se Moggi se ne va – disse, subito dopo essersi sottoposto al controllo antidoping che lo avrebbe poi condannato – mi dispiace, perché poteva cercare di fare un grande Napoli anche senza di me…». Di lì a qualche giorno sarebbe arrivata la mazzata: Diego positivo al controllo effettuato dopo Napoli-Bari, il campione costretto ad andare via, ma non per scelta, senza trattare, senza condizioni, senza Moggi…

La settimana successiva a quella partita casalinga fece registrare il diniego del Napoli alla richiesta del calciatore di partecipare a un’amichevole tra Argentina e Brasile. La corda, insomma, era tesa come quella di un violino. Eppure Maradona giocò la domenica successiva la sua ultima partita in Italia, contro la Sampdoria, persa per 4 a 1. E il giorno dopo dovette recarsi ancora in Procura per rispondere delle accuse del fantomatico pentito.

Ma il marzo nero del campione stava per concludersi in maniera ancora peggiore: il 30 marzo sui giornali filtra la notizia della positività di Maradona riscontrata al termine della partita Napoli-Bari di tredici giorni prima. A svelare la notizia, uno dei migliori amici di Diego, il giornalista Pier Paolo Paoletti: un’ulteriore mazzata per Maradona. Nelle urine del giocatore argentino erano state riscontrate tracce di cocaina e di suoi metaboliti, confermate anche dalle contro-analisi fatte nel laboratorio della Federazione Italiana Medici Sportivi, all’ Acquacetosa di Roma. Dopo una settimana arrivò la squalifica, pesantissima, mai così dura per un calciatore trovato positivo alla droga: quindici mesi di stop, condanna poi confermata anche dopo il ricorso alla Caf.

E a nulla valse il tentativo di spiegare che la cocaina non aveva migliorato la prestazione sportiva del calciatore, che l’assunzione risaliva a due giorni prima di Napoli-Bari, che in nessun caso Maradona aveva violato i principi di lealtà sportiva perché lui la droga la consumava per motivi personali (anche perché c’era poco da migliorare, in campo…), che le indagini penali nulla avevano a che fare con i giudizi della magistratura sportiva.

Niente da fare, si volle usare il pugno duro, sembrava quasi che si volesse convincere Diego che davvero l’aria italiana, per lui, si era fatta pesante e che faceva bene ad andarsene per non tornare più. L’asso argentino lasciò Napoli la sera del primo aprile, al termine di una giornata drammatica, prima ancora di conoscere i termini della squalifica.

Doping, la sentenza già scritta

6 aprile 1991. Cocaina. Il verdetto di squalifica da parte della Figc e della Commissione disciplinare della Lega Calcio arrivò la settimana successiva all’addio di Maradona all’Italia, il 6 aprile del ’91. I legali di Diego, gli onnipresenti avvocati Siniscalchi e Ferrante, avevano presentato una lunga e articolata memoria difensiva che verteva su tre punti: l’insussistenza dei presupposti di violazione dei principi di lealtà sportiva in quanto l’uso di sostanze vietate “non finalizzato a modificare artificialmente la prestazione sportiva”, non rientra nella previsione normativa; si sostenne poi, sul piano procedurale, il metodo di conservazione e trasporto dei reperti, evidenziato dai periti di parte del calciatore; ed ancora, i legali sostennero che l’uso della cocaina, pur riprovevole sul piano deontologico e sociale, “non realizza effetto dopante quando la stessa è assunta, come nella specie, in epoca lontana dalla disputa della gara; infine si invocava, in via subordinata, una sanzione “adeguata alla modestia della fattispecie”. Dal canto suo, la società Calcio Napoli si limitava a prendere le distanze dal calciatore sostenendo che la droga era stata assunta molto tempo prima della partita, e dunque nessuna attività di controllo poteva essere stata svolta dal club, e per motivi strettamente personali.

Ma la Commissione, in quella udienza, ignorò completamente le osservazioni sulla assoluta mancanza di connessione tra l’assunzione della cocaina e il miglioramento della prestazione, pur ammettendo che la droga poteva effettivamente essere stata assunta molto tempo prima dell’incontro. Quello che importava, per i giudici della Lega, era unicamente la volontà esplicita, e non involontaria, di ricorrere alla droga. <L’assunzione di cocaina è, a cagione delle modalità del suo reperimento, dolosa, di talché, in mancanza di verosimili indicazioni contrarie risultanti dagli atti, la Commissione disciplinare non può che convincersi della sussistenza del necessario e più grave elemento psicologico dell’illecito>, è scritto nella sentenza. Dunque, la Lega Calcio e la Figc si ergevano a censori morali dei comportamenti del campione, a prescindere dalla sua attività di calciatore. Ne scaturiva una surreale condanna all’uomo, peraltro già sottoposto a legittimi procedimenti giudiziari da parte della magistratura penale, pur nella consapevolezza di un dramma personale che nulla aveva a che vedere con il tentativo di migliorare le prestazioni sul campo.

E il Napoli? Assolto, con formula piena: <Il fatto che il Maradona – è scritto in sentenza – usufruisse delle prestazioni di un proprio preparatore atletico e di medici di sua fiducia non collegati alla società, la notoria circostanza che la informò sulla sua disponibilità a disputare la gara solo poche ore prima della stessa (avendo in precedenza fatto sapere che per infortunio non era impiegabile) sono tutti elementi che hanno reso in concreto inattuabile qualsiasi forma di vigilanza e di controllo da parte del Napoli>.

Insomma, per gli organi federali Ferlaino e i dirigenti del Napoli erano all’oscuro di tutti i problemi di Diego: siamo quasi al “Maradona chi?”

A proposito, coincidenza volle che quel 6 aprile, nel giorno in cui Diego veniva condannato a lasciare Napoli, a quell’udienza non ci fosse neanche un rappresentante della società azzurra: il “funerale” calcistico del Pibe fu celebrato senza neanche la presenza dell’ex “congiunto” dell’argentino, che tanto aveva preteso e tanto aveva ottenuto da Maradona: Corrado Ferlaino. Il presidentissimo stava pensando al futuro, aveva già capito tutto…

Le macchine “sporche” dell’Acquacetosa

Piccola appendice alla vicenda-doping di Maradona. Nel ’98 il laboratorio di analisi dell’Acquacetosa di Roma, il centro presso il quale venivano effettuati i controlli sul sangue dei calciatori (Maradona compreso) fu coinvolto in un clamoroso scandalo, originato dalle inchieste del procuratore di Torino, Raffaele Guariniello. <Incompletezza delle analisi, sotto il profilo quantitativo e qualitativo; la mancata osservanza delle norme di sicurezza sull’ambiente di lavoro, la mancata osservanza delle regole di buona pratica di laboratorio>, furono le principali anomalie riscontrate. E sulla macroscopica differenza delle percentuali di positività (0,22% il laboratorio italiano contro una media dell’1,63% degli altri laboratori autorizzati dal Cio) si fece notare che non erano esaustivi i controlli fatti per stimolanti, narcotici, steroidi anabolizzanti, diuretici, ormoni peptidici. Insomma, secondo Guariniello, l’unico a sfidare i potenti con la sua battaglia sul doping, quel laboratorio controllava chi voleva e come voleva. Per anni, nulla, ma proprio nulla sui giocatori della Juventus, quando ancora Guariniello non indagava sui metodi del dottor Agricola. Ma guarda caso quegli scienziati dell’Acquacetosa avevano beccato Diego al primo colpo!

Lo stesso pm raccolse le dichiarazioni di alcuni addetti alle analisi che gli confessarono di avere molti dubbi sui controlli che determinarono la squalifica di Maradona, visto che qualcuno aveva detto loro che le analisi erano irregolari perché realizzate con la macchina già “sporca”. Appresa la notizia, l’avvocato Siniscalchi chiese di riaprire il caso-Maradona per ottenere giustizia. E il campione argentino, ascoltato dallo stesso Guariniello, parlò di un “complotto su due livelli per distruggerlo”: uno tutto italiano, dettato da ragioni di puro campanilismo; l’altro, invece, di carattere internazionale, che determinò la seconda squalifica per doping durante i Mondiali del ’94. E forse non aveva tutti i torti.

Basti pensare che il pm Raffaele Guariniello, indagando sul laboratorio antidoping del Coni, scoprì che nelle urine dei calciatori gli steroidi non venivano neppure cercati. Dopo il trasferimento dei test in laboratori esteri, guarda caso, saltarono fuori i primi casi italiani. Shalimov del Napoli e Pavan del Venezia positivi al nandrolone. Poi, nel marzo 2000, riapre l’Acquacetosa e stavolta fa sul serio. Pescati positivi Bucchi e Monaco (Perugia), Gillet (Bari), Da Rold (Pescara), Caccia e Sacchetti (Piacenza), Couto (Lazio), Torrisi (Parma): otto casi in pochi mesi. Poi, sabato 21 aprile 2001, il colpaccio: «Davids non negativo, nandrolone». Aveva assunto dosi da cavallo: otto nanogrammi (o 5,4, secondo un altro metodo di calcolo), contro i due consentiti. Vale appena la pena di ricordare che il nandrolone serve a fare quei muscoloni che consentono anche a un mingherlino di trasformarsi in Hulk, magari per azzannare avversari in ogni parte del campo. Eppure Davids se la cava con una squalifica di quattro mesi! Nulla, al confronto della mazzata inflitta a Maradona, quindici mesi. Chissà, forse se l’olandese si fosse fatto una canna la sera prima per rilassarsi con gli amici, avrebbe rischiato di più.

Diego in ginocchio, finalmente!

Senza entrare nel merito della condanna, sulla quale ognuno si sarà fatto un’idea personale, vale la pena di sottolineare alcune coincidenze che emergono dalla ricostruzione dell’ultimo anno trascorso da Diego in Italia, prima del doping: l’eliminazione dell’Italia ai mondiali, la lite di Trigoria, le accuse agli italiani, i fischi a Diego, il clima ostile nei suoi confronti, il braccio di ferro col Napoli, quello con la Lega, la rottura con l’associazione calciatori, l’annuncio dell’addio al calcio nostrano, l’improvvisa defezione di Moggi, la disparità di trattamento nella sanzione, il giallo dei laboratori. C’è materiale sufficiente per considerare il caso-doping come una bomba ad orologeria, visto che Diego consumava assiduamente cocaina da anni.  E con lui anche Caniggia, autore del gol che eliminò l’Italia ai Mondiali, anch’egli pescato positivo due anni dopo e squalificato per tredici mesi. Il sospetto è che in tanti non aspettassero altro che vedere il Pibe in ginocchio.

Ultima coincidenza. Due mesi dopo il suo scoop sul doping di Diego, Pier Paolo Paoletti fu assunto dal Calcio Napoli come Direttore Operativo e Responsabile delle Pubbliche relazioni.

Leggi anche...

- Advertisement -