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di Giancarlo Tommasone

Parlare di Maradona è come raccontare degli dei dell’Olimpo, lontani anni luce dagli uomini, sicuri a governare sul caos, inclini a cedere alle tentazioni.

Nel carattere
e nelle sembianze,
antropomorfi

El Pibe de oro è un uomo, tra gli uomini, tra le meraviglie e le insidie dell’umanità, eroe che di divino incarna l’apollineo e il dionisiaco di nietzschiana memoria. Elementi che si mischiano sia sul campo da gioco che nella vita privata, non si capisce mai dove abbia termine lo splendore abbagliante del carro del sole e cominci il tramonto rosso delle baccanti orge terrene. Diego Armando Maradona torna di nuovo al centro della scena, se mai lo avesse lasciato, attraverso l’opera del regista britannico di origine indiana, Asif Kapadia, premio Oscar per «Amy» (docufilm sulla rock star Winehouse).

«Maradona. Rebel. Hero. Hustler. God»,
il docufilm del regista Asif Kapadia

La locandina del documentario «Maradona. Rebel. Hero. Hustler. God»

Presentata a Cannes, fuori concorso, la pellicola è attesa nelle sale cinematografiche il 14 giugno. Il regista focalizza l’attenzione sui sette anni napoletani di Diego, gli stessi irripetibili del primo tricolore della storia azzurra (1986-87), bissato dal secondo scudetto alla fine della stagione 1989-90; di una Coppa Italia e di una Supercoppa Italiana; della vittoria di una competizione europea, la Uefa, quella che oggi si chiama Europa League. La coppa, all’epoca, aveva valore superiore a quella di oggi, basti pensare che il Napoli la vinse (stagione 1988-89) avendo ragione oltre che dello Stoccarda in finale, della Juventus ai quarti e del Bayern Monaco in semifinale.

I sette anni napoletani
di Diego Armando Maradona

Se c’è una città che doveva ospitare le performance del più grande genio del calcio della storia, beh, questa è proprio Napoli, e come forse qualche visionario aedo delle ere passate avrà previsto, il destino si è compiuto. Napoli, un luogo metafisico dalle pareti tangibili di tufo e lava che scorticano, lì dove si incontrano esageratamente i quattro elementi, ha fatto da scenario per sette anni alle imprese del Pibe, che qui è stato re in tutti i sensi. In campo e fuori, dal verde al nero, a volte, pesto di un’esistenza che ha conosciuto anche ambienti «sbagliati», quelli di Forcella, ad esempio. Rione che in quegli anni era il territorio di un altro re (come lo appellava la gente di Forcella), il capoclan Luigi Giuliano.

E allora Kapadia, che ha lavorato al film per diversi anni, arrivando a girare oltre 500 ore di immagini, racconta sia degli spiriti di luce azzurra, che dei demoni che vivono nell’oscurità, quelli che si vedono nelle notti a base di sesso, droga e tango argentino. Rendiconta, Kapadia, delle vicende giudiziarie del Pibe, di rapporti pericolosi (la foto nella vasca da bagno a forma di conchiglia in casa dei Giuliano è diventata un must), della cocaina. In effetti molto di quel periodo non è stato chiarito e continua ad essere un mistero: lo scudetto perso nella stagione 1987-88, in primis. Si tirò in ballo l’intervento della camorra, proprio di quella che agiva a Forcella, che avrebbe avuto un ruolo ben delineato nella disfatta azzurra. Sullo sfondo della vicenda, le scommesse al Totonero.

Maradona Giuliano
I fratelli Giuliano con Diego Armando Maradona

Sette anni, dall’ingresso del dio del calcio nel tempio del San Paolo (5 luglio del 1984), alla fuga da Napoli, nella notte del 2 aprile del 1991. E’ il 17 marzo 1991 quando Maradona viene trovato positivo al controllo antidoping al metabolite della cocaina: il test scatta al termine della partita Napoli-Bari (1-0, gol di Zola al 55’).

Dalla prima volta al San Paolo alla fuga da Napoli

Sarà l’ultimo match di Diego con la maglia del Napoli. A Maradona sono stati dedicati altri film e documentari, tra questi: «Amando a Maradona» diretto da Javier Vázquez, uscito in Argentina il 22 dicembre 2005 e nel 2006 (in date diverse) nel resto del mondo; «Maradona by Kusturica», documentario del 2008 diretto da Emir Kusturica; «La mano de Dios»,  film del 2007 diretto da Marco Risi. Ma quello del premio Oscar Kapadia, si annuncia come un documento da un taglio diverso, come non era mai stato fatto fino ad ora.

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