(Nelle foto l'arrestato Maurizio Legnante e la vittima Raffaele Pisa)

Il pentito Pasquale Junior Esposito svela i retroscena dell’omicidio di Lello Pisa e indica i due moventi tirando in ballo anche il proprio ras: «Mise in giro una diceria, ma nella moto non avevamo alcuna arma»

di Luigi Nicolosi

Una drammatica sequenza di eventi ed equivoci ha innescato l’omicidio di Raffaele Pisa, giovane del quartiere Pianura la cui unica colpa era quella di avere alcune cattive frequentazioni. Ma lui, come oggi confermano diversi collaboratori di giustizia, non aveva alcun ruolo nella criminalità organizzata della periferia ovest di Napoli: «Raffaele Pisa e il fratello Gianluca non erano affiliati. Gianluca spacciava cocaina, mentre Raffaele faceva il muratore», chiarisce oggi il pentito Pasquale Junior Espostito, ex esponente del clan Mele, il gruppo da anni impelagato in un’atroce faida con i rivali Marfella: proprio questi ultimi sono adesso sospettati dell’assassinio di “Lello”.

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È il 13 dicembre del 2016 quando il gruppo di fuoco fa irruzione nel garage di via Evangelista Torricelli che Raffaele Pisa aveva allestito per farne un circoletto ricreativo. I due presunti sicari, Maurizio Legnante “’o talebano” e Vitale Perfetto (entrambi arrestati pochi giorni fa con l’accusa di omicidio), vanno incontro a Pisa e sparano all’impazzata. Il giovane, centrato da almeno cinque colpi di pistola, morirà poco dopo all’ospedale San Paolo. Stando a quanto riferito il 27 dicembre del 2017 dal pentito Esposito, a innescare quel drammatico epilogo sarebbe stata una piccola questione di droga: «Salvatore Romano diede dieci grammi di cocaina a Gianluca Pisa, il quale tardava nel pagamento perché in realtà li aveva ceduti a Pietro Liano “’o pompiere” il quale lo aveva “bruciato”. Inizialmente pensavamo che Gianluca Pisa avesse spese il guadagno. Romano mandò a chiamare Raffaele Pisa e questi si impegnò a risolvere la situazione. Raffaele Pisa andò sotto casa di Pietro Liano e lo minacciò. Liano abita nel palazzo confinante con quello di Vitale Perfetto ed era rifornito da Perfetto, sicché pensammo che uno dei motivi della morte di Pisa potesse essere stato questo episodio». Una situazione labirintica che di lì breve sarebbe ulteriormente degenerata.

Sul prosieguo della vicenda Pasquale Esposito ha poi fornito ulteriori delucidazioni, rivelando quello che alla fine si sarebbe rivelato come l’episodio fatale. Una questione di risse, soffiate e scambi di persona: «Io, Salvatore Romano e Vincenzo Mele ci trovammo al Parco San Paolo fuori a una pizzeria. Quando stavamo per andare via ci accorgemmo che non c’era più la nostra moto Dorsoduro. Nei pressi del Bingo ci accorgemmo che la moto era stata intercettata subito dalla polizia anche se i ladri erano scappati. Quando tutto terminò e recuperammo la moto Salvatore Romano disse a Fortunato il parcheggiatore che si avvicinò che a bordo della moto vi erano due pistole, cosa non vera. Lo fece per capire se Fortunato faceva le imbasciate ai Marfella, ma anche per far sapere loro che giravamo armati. Dopo questo episodio Vitale Perfetto mise in giro la voce che Romano era un infame perché la polizia non gli aveva sequestrato le pistole. A questo punto, avuta la certezza che Fortunato avevo portato l’imbasciata ai Marfella, lo picchiammo io, Salvatore Romano, Vincenzo Mele e Marco Battipaglia». Una mossa che, seppur involontariamente, per il povero “Lello” Pisa si tramuterà in un’appellabile sentenza di morte.

Il pentito Esposito ha infatti spiegato ai pm: «Sapemmo che Fortunato andò sotto il balcone di Vitale Perfetto, detto “Piett ’e acciaio”, a lamentarsi dicendo che con noi a picchiarlo c’era Raffaele Pisa». Quest’ultimo, però, non si sarebbe mai trovato sul luogo del pestaggio e non avrebbe in alcun modo preso parte a quella spedizione punitiva. «In carcere – ha poi concluso il pentito – ho appreso da Alfonso Pisa che era in sezione con me, che fu raggiunto il giorno dopo il delitto dalla telefonata della sorella, la quale si era preoccupata sentendo il cognome dell’ammazzato, vide Maurizio Legnante insieme a Claudio “’o caccone” sui Camaldoli. Questo mi bastò per capire che l’esecutore poteva essere stato Legnante per poi andarsi a rifugiare sui Camaldoli, perché da Cannavino ai Camaldoli è un breve tratto e c’è meno rischio di incontrare polizia e non ci dovrebbero essere telecamere».

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