Paolo Di Lauro e Tommaso Prestieri

Alla guida del gruppo per «necessità»

di Giancarlo Tommasone

Capita spesso, nelle organizzazioni criminali, che ci si trovi al comando per motivi di «necessità», magari perché il capo o comunque una persona dal maggiore carisma criminale sia in carcere, o stia facendo i conti con la latitanza. E’ capitato anche all’interno del gruppo Prestieri, che per anni (fino al gennaio del 2006, quindi nel periodo in cui infuria ancora la faida di Scampia e Secondigliano) è stato legato a doppio filo al clan di Paolo Di Lauro.

Il piano / Il summit a casa
di Tommaso Prestieri
per scatenare la faida

E proprio Ciruzzo ’o milionario avrebbe avuto non poche remore circa un capo dei Prestieri, Tommaso (poi passato a collaborare con la giustizia), conosciuto per i suoi trascorsi di impresario nel campo dello spettacolo, e di manager di numerosi cantanti neomelodici. A fare emergere la circostanza è il nipote di Tommaso Prestieri, Antonio. Il pentito, nel corso di una deposizione del 18 aprile del 2008, «descrive la figura dello zio Tommaso, quale appartenente al sodalizio criminoso denominato clan Prestieri», riporta una informativa di polizia giudiziaria dell’epoca.

Il profilo / Il boss che
sognava di diventare un artista

«Gli altri miei zii, Tommaso, Maurizio e Rosario – fa mettere a verbale Antonio Prestieri – a quell’epoca, erano molto giovani, parliamo infatti della fine degli anni ’80. Ricordo che mio zio Tommaso è stato un delinquente comune, commettendo reati di contrabbando; intorno al 1982 è entrato a far parte del gruppo, mentre mio zio Maurizio è stato affiliato ancora». Il collaboratore di giustizia sottolinea: «Quando mio padre (Raffaele, vittima dell’agguato di camorra del 18 maggio 1992, tristemente noto come la strage del Rione Monterosa) è stato ucciso, mio zio Maurizio e mio zio Francesco F., erano detenuti, mio zio Rosario era anch’egli morto nel medesimo agguato, ed era libero solo mio zio Tommaso».

Le remore
del padrino
Paolo Di Lauro

Ma, spiega il pentito, «questi pur essendo un soggetto di spessore criminale, in quanto per mio padre ha ucciso diverse persone, era però ritenuto dagli altri affiliati e dallo stesso Paolo Di Lauro un soggetto non in grado di gestire un’organizzazione criminale. Nel senso che era molto preso dai suoi interessi personali e non riusciva a gestire allo stesso modo quelli dell’organizzazione».