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“La stessa mano, non mafiosa, che accompagnò Cosa nostra nell’organizzazione della strage di via D’Amelio potrebbe essersi mossa, subito dopo, per determinare il depistaggio e allontanare le indagini dall’accertamento della verità”. E’ questa una delle conclusioni a cui la Commissione Antimafia regionale siciliana presieduta da Claudio Fava è giunta al termine dell’inchiesta sui depistaggi che hanno riguardato le indagini sulla strage in cui il 19 luglio 1992 furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. I contenuti della relazione hanno fatto il punto su una gestione delle indagini fin da subito corrotte dalle pesanti e pervasive ingerenze da parte dei servizi segreti come ha spiegato lo stesso Fava. “Da queste indagini viene fuori che oggettivamente il depistaggio è servito anche a celare responsabilità e altre presenze accanto a quella di Cosa Nostra nell’organizzazione, nella gestione e nell’esecuzione di questa strage”.

“L’indagine sul depistaggio di via D’Amelio è iniziata con Fiammetta Borsellino – ha proseguito Fava – portarla avanti è stato il modo migliore per rendere omaggio alla memoria del magistrato ucciso. Per troppo tempo, troppe domande sono rimaste senza destinatari: in alcuni casi abbiamo avuto risposte, in altri casi c’è stata poca memoria”. Fava ha ricordato di non aver indagato sulle responsabilità penali: “Non è nostro compito – ha detto – abbiamo indagato su responsabilità politiche e istituzionali che possono avere, a tutti i livelli, ‘protetto’ questo depistaggio”.

Paolo Borsellino

Come riporta ‘Il Fatto Quotidiano’, in un articolo di Marco Lillo, la Commissione ha annotato “l’attenzione che sulle sorti della detenzione di Bruno Contrada manifesteranno, negli anni successivi, altissime cariche dello Stato”. In particolare, bisogna tornare al Natale 2007, come raccontato dalla stessa Angelica Di Giovanni, allora presidente del Tribunale di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere che si doveva pronunciare sull’istanza di differimento pena presentata dall’allora detenuto Bruno Contrada. Il presidente Giorgio Napolitano pensava di concedere la grazia all’agente dei servizi, detenuto dal maggio 2007. Il primo a scrivere (dopo una telefonata) alla Di Giovanni è l’allora consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio. “Arriva in ufficio, datata 24 dicembre, una nota ufficiale in cui mi dire ‘Angelica, ti scrivo su incarico del Presidente della Repubblica se puoi anticipare l’udienza'”.

Bruno Contrada

La lettera finisce in allegato al fascicolo insieme al rifiuto. “Però – prosegue il racconto – la cosa non finisce lì. Il 31 dicembre sera mi telefona Carlo Visconti che allora era il segretario del Consiglio Superiore della Magistratura presieduto da Nicola Mancino e mi dice ‘Angelica, tu hai Contrada’, dico ‘vabbe’, questa storia sta diventando… già mi ha chiamato Loris’. “. L’azione era concertata: “sì ma io ho sentito Loris, perciò ti sto chiamando”. Anche in questo caso il nulla. Dopo “una decina di rigetti di domande” il differimento della pena arriva “soltanto il 27 luglio del 2008”. Con “tutti e due” che “mi parlano in forma ufficiale e quindi credo che è come se volessero dare dei segnali”. A dar ragione a Contrada sarà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo prima sulla questione della incompatibilità della detenzione con il suo stato di salute e poi ha annullato la sentenza di condanna nei suoi confronti perché il concorso esterno era frutto di un’interpretazione poco chiara all’epoca dei fatti.

In merito alle indagini, a fortificare la pista del depistaggio programmato è anche, come scrive la Commissione, come “l’ufficio diretto da La Barbera dispone un sopralluogo delegato alla Polizia Scientifica di Palermo – presso la carrozzeria di Giuseppe Orofino già alle 11 del lunedì 20 luglio 1992”. La domanda che si pone la Commissione è: “come faceva La Barbera a conoscere il modello di auto prima ancora che in via D’Amelio si recuperasse il bocco motore della 126?”. Forse “qualcuno informò il capo della squadra mobile di Palermo e quegli elemento (l’auto, la targa, il furto…) erano, come dire, già noti per altre vie agli investigatori?”.

Claudio Fava

La colpa maggiore che viene imputata ai magistrati è quella del mancato deposito dei verbali di tre collaboratori di giustizia che smentivano il falso pentito Vincenzo Scarantino. “Se fin dal 1995 le parti avessero potuto disporre di verbali che mostravano palesemente la inattendibilità di Scarantino, la storia processuale di via D’Amelio sarebbe cambiata. E il depistaggio sarebbe stato sventato”.

 

Amaro il commento di Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato, che da 27 anni attende una risposta chiara su chi uccise suo padre. “Tutto ciò dimostra che mio padre è stato lasciato solo da vivo e da morto. Nel depistaggio c’è stata una responsabilità collettiva dei magistrati che hanno avuto comportamenti ‘contra legem’ e che ad oggi non sono stati mai perseguiti né sul piano disciplinare né su quello giudiziario. Non è accettabile che magistrati come Ilda Boccassini, Nino Di Matteo e la signora Palma si siano sottratti alle audizioni della Commissione regionale antimafia. E’ una vergogna”.

Fiammetta Borsellino

Un duro attacco ai magistrati che indagarono per primi sulla strage di via D’Amelio che ha scatenato la durissima reazione del pm della Direzione nazionale antimafia Antonino Di Matteo. “A vergognarsi devono essere altri, non io… Io non ho ritenuto di accettare l’invito per l’audizione innanzi a una Commissione regionale antimafia che non ha i poteri e le competenze per potersi occupare di un argomento così delicato e complesso. Sulle inchieste per le stragi del ’92, sulle quali la Commissione regionale antimafia all’Ars mi voleva sentire, ero già stato audito, su mia richiesta, per due lunghe sedute, dalla Commissione nazionale antimafia, della quale, a quel tempo, faceva parte anche l’onorevole Fava”.

E poi aggiunge: “Ero stato sentito, in altre occasioni, dalle Corte d’assise di Caltanissetta e dal Consiglio superiore della magistratura. In tutte quelle sedi – dice il magistrato – ho sempre fornito ogni contributo di conoscenza e di esperienza”. Poi, il pm Di Matteo, che rappresentava l’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia a Palermo, sottolinea: “Gran parte della mia vita è stata, ed è, dedicata alla ricerca della verità sulle stragi. A vergognarsi devono essere altri…”.

 

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