Da sinistra, il defunto Vittorio Mangano (detto lo stalliere di Arcore), Marcello Dell'Utri e, l'ex boss di Forcella, Luigi Giuliano

Le dichiarazioni del pentito Luigi Giuliano, ascoltato in qualità di teste nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia

E’ morto il 23 luglio del 2000, un mese prima di compiere 60 anni. Si tratta di Vittorio Mangano, meglio conosciuto come lo «stalliere di Arcore» (per aver svolto tale mansione dal 1973 al 1975, presso la residenza brianzola di Silvio Berlusconi), e legato a doppio filo a Cosa Nostra. Il giudice Paolo Borsellino lo definì: una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Il nome di Mangano (che nel corso della sua vita ha «collezionato» un sensibile numero di condanne e di anni di galera) salta fuori in diversi processi, e anche in quello per la presunta trattativa Stato-mafia. A parlare di Mangano è stato pure il collaboratore di giustizia Luigi Giuliano, ex boss di Forcella, che nel corso di una udienza del processo in oggetto (il 3 luglio del 2015), depone in qualità di teste. «Ho conosciuto Vittorio Mangano, a Milano, nei primi anni Settanta. Mangano era amico di un mio amico, che si chiamava Nunzio Guida, Nunziello di Fuorigrotta, di origini napoletane, che a sua volta era legato a Michele Zaza», afferma il collaboratore di giustizia, Giuliano.

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Che racconta anche di un altro incontro: «Ho ritrovato, poi, Mangano, in carcere. Abbiamo trascorso nella stessa stanza, circa una settimana, nel padiglione allestito a ospedale, nel penitenziario di Secondigliano, dove eravamo ristretti entrambi al 41 bis. Capitò tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000». Giuliano, poi, entra nello specifico di quei giorni trascorsi insieme a Mangano: «Ci siamo scambiati delle idee, delle confidenze, dei tumulti interiori. Vittorio era molto provato, molto preoccupato. Fuori temevano che lui si sarebbe potuto pentire, e quindi fu minacciato. Gli dissero che se avesse collaborato con la giustizia, avrebbero sterminato i suoi familiari, li avrebbero fatti a pezzi e buttati nell’acido». Ma da chi sarebbero arrivate le minacce a Mangano? Chiede il pm che interroga Giuliano, e l’ex boss di Forcella risponde: «Dai potenti della politica, in particolar modo, da un certo Dell’Utrio (secondo gli inquirenti, il pentito si riferisce all’ex senatore Marcello Dell’Utri, per un lungo periodo segretario personale di Silvio Berlusconi)». Naturalmente, questo è quanto dichiara Luigi Giuliano. C’è da sottolineare, comunque, che Dell’Utri (palermitano come Mangano) è stato condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici avrebbe fatto da tramite tra Cosa Nostra e ambienti politici, e tra l’altro è lui che avrebbe arruolato Mangano, poi impiegato come stalliere presso la residenza di Berlusconi.

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