(Nelle foto Luigi Moccia e il collaboratore di giustizia Michele Puzio)

Omicidio di Salvatore Natale, dopo ventun’anni arriva la nuova ricostruzione dell’ex re del racket: «Tutti ce l’avevano con lui, ma la decisione determinante fu quella di Luigi Moccia»

di Luigi Nicolosi

Il super pentito Michele Puzio si conferma un fiume in piena e ventun’anni dopo l’omicidio del ras di Caivano, Salvatore Natale, affida agli inquirenti della Procura antimafia di Napoli un’ennesima raffica di informazioni scottanti destinate a dare nuova linfa a un’inchiesta che da troppo tempo sembrava essersi impantanata. L’ex boss del clan Moccia, per anni indiscusso monopolista del business del racket nella zona di Afragola, ha deciso di rivelare ai pm della Dda i nomi di alcuni soggetti coinvolti nell’atroce delitto del settembre 1999, fino ad ora mai indagati per quella vicenda, e ha inoltre chiarito con maggiori e inediti dettagli il movente dell’imboscata mortale: «Salvatore Natale – ha messo a verbale Puzio – dava molto fastidio a Caivano e pretendeva soldi da tutti, anche da chi commetteva piccoli reati come i furti». È questo l’incipit di un racconto che si rivelerà, ferma restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria, a dir poco dirompente.

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All’inizio del febbraio scorso, dopo aver da poco maturato la decisione di passare dalla parte dello Stato, Michele Puzio espone agli inquirenti le proprie informazioni in merito all’agguato in cui è stato ucciso il ras di Napoli Nord: «Salvatore Natale era un boss di Caivano, appartenente a uno dei cosiddetti “Mazzacani”. Prima di ammazzarlo ci siamo incontrati con Giuseppe Marino, un altro collaboratore di giustizia, tale Legnante di Frattamaggiore, con Tonuccio ’o malommo, di cognome Cennamo, Ciro ’o boxer, Luigi Angelino, Vincenzo Testa, io e Luigi Moccia. Anche Giuseppe Marino voleva eliminare questo Salvatore Natale per essere più libero su Caivano. In quella riunione abbiamo parlato di chi doveva organizzare l’esecuzione dell’omicidio».

Ed è a questo punto che il racconto del pentito Puzio entra nel vivo: «O il gruppo di Caivano, cioè di Marino, o il nostro di Afragola. Abbiamo deciso che l’omicidio lo avremmo fatto noi, con l’appoggio di uno di loro di Caivano che doveva farci la chiamata, da casa di Luigi Angelino e tale ’o barbiere. Quando siamo usciti dall’appartamento ’o malommo fece un cenno con la testa a Luigi Moccia per uccidere Giuseppe Marino, poiché questi ex un ex cutoliano. Una volta scesi, accompagnai io personalmente Luigi Moccia a casa con la macchina». Il destino del ras di Caivano era insomma ormai segnato: «La decisione – ha aggiunto Puzio – la assunse Giuseppe Marino che voleva più di tutti quest’omicidio. Ma anche noi volevamo e per questo motivo intendevamo prenderne parte. La decisione quindi fu di entrambi i gruppi. Certamente la decisione di Luigi Moccia era la più importante dei partecipanti alla riunione, fu quella determinante».

Ricostruite le fasi preliminari e deliberative, Michele Puzio entra quindi nei dettagli dell’agguato vero e proprio. Vale la pena ricordare che quello di Salvatore Natale fu un omicidio a dir poco eclatante. Il ras venne infatti assassinato alla fine del settembre 1999 mentre si trovava nel cortile dell’abitazione di un altro pregiudicato di spessore, Antonio Esposito. I killer agirono travestiti da agenti di polizia e fecero fuoco usando fucili d’assalto. Per Natale, trafitto da oltre dieci colpi, non ci fu alcuna possibilità di scampo: «Per l’omicidio siamo partiti con due macchina. Una condotta da Francesco Favella, con a bordo omissis seduto davanti e dietro Antonio Cennamo e Modestino. Io con un’altra macchina da solo li seguivo. Siamo partiti da casa del cognato di Favella, un certo Pasquale. La chiamata la ebbe Favella, il quale oltre a guidare riceveva indicazioni su dove andare. Quindi andò in un certo vicolo di Caivano dove abita un tale chiamato ’o mutillo. Il gruppo di fuoco della prima macchina è quindi entrato nel palazzo e io ho atteso fuori. Commesso l’omicidio, loro sono usciti con la macchina e io li ho seguiti sulla mia auto. Per tornare ad Afragola abbiamo percorso delle strade di campagna che avevamo già prima verificato. Lungo la strada abbiamo incontrato Giuseppe Orlando, cognato di Favella, che incendiò la macchina con le armi dentro. Io ho proseguito con l’auto e mi sono portato anche omissis Poi lasciai la macchina parcheggiata ad Afragola e presi la casacca di polizia che omissis aveva utilizzato per il compimento dell’omicidio, simulando un controllo di polizia. Poi ho bruciato la casacca. Hanno sparato Antonio Cennamo, Modestino, omissis, nonché Tanuccio ’o malommo. So questo perché nel commentare le modalità dissero che lo “avevano segato”. Infatti avevano utilizzato nell’occasione due Kalshinikov e una pistola».

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