Le proteste di piazza dei truffati della Deiulemar

di Giancarlo Tommasone

La speranza è flebile, ma comunque c’è. E’ quella di migliaia di obbligazionisti Deiulemar, che confidano ancora di poter rientrare in possesso anche di parte del denaro perso nel crac della compagnia corallina di trasporto marittimo.

Una delle navi della compagnia Deiulemar

Era il 2012, il bilancio è terrificante. Vengono coinvolti 13mila investitori (parliamo solo dell’area di Torre del Greco) e il buco sfiora il miliardo di euro. Sei anni dopo, la «buona notizia» arriva dal Tribunale di Torre Annunziata, anche se ha a che fare con l’isola di Malta.

Ernesto Aghina, presidente del Tribunale di Torre Annunziata

Ernesto Aghina, presidente del Palazzo di Giustizia oplontino, ha infatti respinto la richiesta di sospensione dell’esecutività di un maxi-sequestro conservativo. La domanda era stata formulata dai legali di Bank of Valletta, l’istituto di credito maltese nei cui confronti era stato decretato il suddetto provvedimento.

Si tratta di 363 milioni di euro. Il sequestro conservativo era stato disposto alla
fine di marzo scorso.

Ma per comprendere in che modo Bank of Valletta sia collegata alla compagnia di Torre del Greco, bisogna andare un po’ indietro negli anni. Al 2014.

La sede di Bank of Valletta

E’ proprio allora che il curatore fallimentare della Deiulemar chiede ai giudici di intervenire attraverso il sequestro conservativo nei confronti dell’istituto di credito maltese.

Il denaro (363 milioni appunto) è quello che si ritiene appartenere ai tre consorzi di impresa – vale a dire Capital, Giano e Gilda – riconducibili agli armatori falliti.
I soldi e i tre trust portano proprio a Malta, e in particolare a Bank of Valletta.

Secondo i curatori della Deiulemar, infatti, sarebbe stato proprio l’istituto di credito in questione, a fornire le strutture e le «competenze» per costituire i tre consorzi di impresa. In tali «bacini» sarebbe confluito il denaro dei sottoscrittori delle obbligazioni (destinate agli investitori) emesse dalla compagnia di navigazione corallina.

Si trattava, però, di obbligazioni che non sarebbero
mai state rimborsate.

La guardia di finanza del Nucleo di polizia tributaria di Napoli ha dovuto faticare non poco per orientarsi in un territorio costellato di «scatole cinesi». Ma alla fine, il lavoro minuzioso di investigatori e inquirenti ha portato fin qui a risultati non da poco.