L'ufficio del primo cittadino a Palazzo San Giacomo

di Giancarlo Tommasone

Da circa due anni e mezzo il Comune di Napoli non paga le case famiglia, vale a dire quelle strutture che ospitano minori (sia italiani che stranieri) dal vissuto segnato da trascorsi problematici; quei soggetti per i quali sono intervenuti servizi sociali e Tribunale per i Minorenni. Una situazione complessa che riguarda un centinaio di «oasi» dislocate tra la città e la provincia partenopea, asili e comunità che perseguono un obiettivo sociale.

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Ma che per mancanza di «ossigeno» si trovano in gravi difficoltà e in molti casi hanno visto i responsabili dei singoli progetti indebitarsi personalmente e pesantemente, pur di tirare avanti.

A rischio ci sono non solo un migliaio di «ricoverati», ma anche le famiglie delle persone (in media sei) che sono impiegate in tali strutture. L’ultima tranche di denaro versata dal Municipio di Napoli è quella del gennaio 2016, da allora più niente. Si tratta di onorare le fatture relative alle spese anticipate da chi gestisce le comunità. Ma per la solita ragione del bilancio tutt’altro che florido dell’Ente municipale, e la questione dei debiti (non solo quello del Cr8, si badi bene), si lasciano i conti in sospeso.

Il sindaco Luigi de Magistris

E il debito, in tale frangente, si contrae a discapito dei più bisognosi dei cittadini. Una cosa è non pagare per qualche mese (arriviamo anche al massimo di un anno), un’altra è tardare di quasi due anni e mezzo.

Ciò vuol dire condannare le case famiglia alla chiusura. Per avere un’idea dei costi che le cooperative si trovano ad affrontare ogni 30 giorni, basti solo considerare gli ospiti: in media otto.

Ad essi si aggiungano i due «genitori». La casa in cui vivono di solito è ampia 200 metri quadrati, composta da un’ampia cucina, un ampio salone, tre o quattro stanze da letto e doppi servizi.

L'assessore al Welfare del Comune di Napoli, Roberta Gaeta
L’assessore al Welfare del Comune di Napoli, Roberta Gaeta

E’ lo standard di qualità che un’abitazione deve offrire agli ospiti. C’è l’affitto da pagare, la tassa sui rifiuti, le utenze (acqua, luce, gas, telefono e internet). A ciò si aggiungano le spese per l’acquisto di cibo, vestiti, libri, corredo scolastico, abbonamenti per i mezzi di trasporto pubblico (in media 60 euro per ognuno), medicinali, varie ed eventuali dovute, ad esempio, a spese impreviste.

Non dimentichiamo che, spesso, gli ospiti di case famiglia hanno bisogno di psicoterapia (tra essi ci sono anche minori maltrattati e abusati).

Ciò vuol dire dover effettuare percorsi – a volte anche di anni – con la frequenza di una volta a settimana: ogni otto sedute, c’è da pagare un ticket di circa 50 euro. A ciò si aggiunga l’utilizzo di un’auto presa in leasing, il carburante e i costi dei pedaggi per eventuali tratte da effettuare, senza parlare del parcheggio e di altri costi legati al mantenimento di una vettura.

Enrico Panini, assessore al Bilancio del Comune di Napoli

C’è poi da erogare lo stipendio ai dipendenti, ci sono da pagare le attività sportive e ludico-ricreative per i ragazzi, insieme alle visite di istruzione che andranno ad effettuare. Per ogni singola struttura, ogni mese, le spese si aggirano tra un minimo di 18mila e un massimo di 21mila euro. Sono i costi di un’azienda.

Che, senza il versamento del dovuto da parte del Comune, è destinata inesorabilmente a fallire.

Ciò significa un migliaio di minori a rischio senza una casa, senza una guida e senza assistenza e circa 600 famiglie (quelle dei lavoratori impiegati nelle cooperative) che non hanno più alcun sostentamento.

(I – Continua)

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