Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca

Il governatore si aggrappa al ritardo nelle vaccinazioni e cambia parere sulle potenziali vittime: non sono più i nonni (che gli studenti possono infettare) bensì docenti e personale didattico

di Giancarlo Tommasone

Non avevamo dubbi, e come Stylo24 ha pronosticato – conoscendo bene la linea del governatore sulla scuola – Vincenzo De Luca è tornato a chiudere gli istituti didattici in Campania. Ciò in maniera del tutto arbitraria e illegittima. In primis perché la decisione del governatore contravviene alla sentenza del Tar dello scorso gennaio, e questo potrebbe essere già sufficiente. Due, perché, i dati dell’Agenas (guidata dal suo fedelissimo Enrico Coscioni) hanno smentito il presidente della giunta regionale, rispetto all’aumento dei contagi, che in questa settimana, secondo il nuovo algoritmo dell’agenzia, dovrebbero scendere dell’undici per cento rispetto al periodo precedentemente considerato. Tre, perché, sempre il Tar sentenzia (riaprendo le scuole a Marano e Villaricca, ndr) che gli istituti vanno chiusi quando viene tracciato con dati certi e certificati l’aumento dei contagi.

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Bene, ammettiamo pure che i contagi in Campania siano aumentati: è stato certificato attraverso una istruttoria? Lo abbiamo già scritto, ma è nostro dovere di giornalisti ribadirlo: il Tribunale amministrativo regionale prende in massima considerazione gli «alert» del Comitato tecnico scientifico, ma sottolinea pure che devono essere provati attraverso una istruttoria. In che modo? Tracciando i casi in maniera precisa sia dal punto di vista temporale (in che periodo sono avvenuti i contagi?) sia «localizzandoli» (i contagi di soggetti in età scolare sono avvenuti negli istituti didattici? Sono avvenuti in strada? Sono avvenuti in altro posto?), e controllando l’andamento dei contagi per provare l’efficacia della misura restrittiva utilizzata.

Relativamente a quest’ultimo passaggio, va detto che quando a ottobre scorso, De Luca ha chiuso le scuole in Campania, il Tar – che a fine gennaio 2021 le ha riaperte – ha argomentato la scelta, sottolineando che la Regione, dopo il lockdown didattico, non ha effettuato i dovuti riscontri (sull’eventuale diminuzione della curva epidemiologica), che avrebbero attestato l’efficacia della misura imposta alla platea scolastica. E quello, non ci stancheremo mai di scriverlo, è stato tra i motivi principali che ha fatto bocciare l’ordinanza del governatore.

Ma vediamo cosa si è inventato oggi, l’imperatore di Via Santa Lucia durante la diretta Facebook. «Prima dobbiamo completare la vaccinazione del personale scolastico e poi parleremo di riapertura. Per il personale scolastico abbiamo prenotazioni al 25 febbraio per 114mila unità, ad oggi 28mila persone sono vaccinate di Astrazeneca abbiamo 142mila dosi a febbraio e 164mila a marzo dunque abbiamo possibilità di completare la vaccinazione del personale scolastico per marzo», ha detto. Tradotto: chiudo la scuola perché devo mettere in sicurezza il personale didattico.

Ed è qui che il circuito va in corto. Fino a ieri, De Luca ha argomentato la scelta di serrare i cancelli degli istituti facendo questo ragionamento: A) gli studenti vanno a scuola e si infettano tra loro; B) si infettano e portano il virus a casa; C) a casa ci sono gli adulti e gli anziani; D) gli adulti e gli anziani vengono infettati e rischiano di morire. Scomodando per un attimo Aristotele e i suoi sillogismi, dunque studenti vanno a scuola; studenti= vettori di infezione verso casa; studenti= causa contagio adulti e anziani. In tutto questo risulta che fino a ieri papà e mamma, gli zii, i nonni erano le potenziali vittime, secondo il ragionamento di De Luca.

Oggi tout court si scopre che le potenziali vittime sono i docenti. Sono loro che rischiano di contrarre il virus dagli studenti, che vengono da casa. Ma allora il virus si contrae a casa oppure a scuola? Mah. Nel frattempo che si fa? Vacciniamo prima i docenti e poi riapriamo le scuole. Va bene, ma mettiamo che, tra un mese (e siamo ottimisti), tutti i docenti siano stati vaccinati e tutte le scuole in Campania siano state aperte. Il bambino X è positivo asintomatico e va a scuola e infetta gli altri bambini. Gli altri bambini vanno a casa e infettano mamma, papà, zii, nonni e bisnonni.

De Luca che fa? Torna a chiudere le scuole e rispolvera la vecchia storia: le ho chiuse perché ci sono i focolai e poi il virus si porta a casa. E’ un cane che si morde la coda, anzi di più: è la materializzazione dell’universo kafkiano. E poi, vorremmo dire a De Luca, che relativamente alle vaccinazioni, si è in ritardo non solo in Campania, ma nel resto d’Italia e nel resto d’Europa. Però dalle altre parti si va a scuola, nella nostra regione no.

Quanto fin qui esposto ci porta a un’unica e sola conclusione: il governatore chiudendo gli istituti didattici, agisce in maniera contraria al Dpcm – un decreto, che vogliamo ricordarlo, ha valenza di legge -. Ne consegue che De Luca sta infrangendo la legge e quindi va denunciato alla Procura della Repubblica. Che tra l’altro, il governatore sia in assoluta confusione – cosa che scriviamo ormai da mesi – è assodato. Ma in Italia c’è chi gli fa buona compagnia. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, uomo di lettere, ha cinguettato poco fa su Twitter: «Il confronto con il Cts e le integrazioni ai protocolli di sicurezza potranno consentire, in zona gialla, la riapertura dei teatri e cinema dal 27 marzo, Giornata mondiale del teatro, e l’accesso ai musei su prenotazione anche nel weekend».

Quindi, se la nostra regione dovesse tornare in zona gialla, potremmo andare al cinema e nei musei, ma i nostri figli non potrebbero andare a scuola. A loro continuerà a essere negato il diritto all’Istruzione. Con De Luca è una battaglia persa, ma questo particolare non dovrebbe essere sfuggito a Franceschini, ripetiamo, uomo di lettere e di cultura. Al quale rispondiamo: oh, italiani, popolo di santi, poeti, navigatori, e di una generazione di ignoranti. I ragazzi dai sei ai 18 anni che hanno avuto la sfortuna di andare (anzi di non andare) a scuola in Campania nel periodo della pandemia.

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