I clan di Barra agiscono in un territorio stretto in una morsa mortale: tra Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, dove operano temibili organizzazioni criminali come i Sarno e i Mazzarella, e la vicina provincia vesuviana, dove da tempo sono stanziali cosche parecchio agguerrite.

Nel quartiere, gli affari a più zeri sono stati da sempre collegati al traffico di sostanze stupefacenti, al racket, all’usura e al traffico di armi, oltre che alle rapine ai tir. Reati che hanno assicurato provviste finanziarie in abbondanza per poter sopportare le «stagioni di guerra» che hanno caratterizzato questa porzione del capoluogo.

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Pur in assenza di una specifica appendice «economica», infatti, le organizzazioni malavitose locali sono riuscite nel giro di una quindicina di anni a creare veri e propri imperi economici (una parte dei quali sono stati rintracciati e posti sotto sequestro dalle forze dell’ordine) che stridono con il livello di degrado e di povertà dell’area, dove i pochi coraggiosi titolari di attività commerciali sono costretti a fronteggiare richieste estorsive sempre più pressanti, sempre più feroci e, in alcuni casi, a trasformarsi da proprietari a dipendenti della camorra pur di mantenere una fonte di reddito.

Due episodi lo testimoniano, senza ombra di dubbio: quello che vide protagonista un imprenditore, taglieggiato da cosche rivali – i Reale-Rinaldi e gli Aprea – e costretto a pagare per ben due volte al mese la tassa della tranquillità, e l’arresto dell’ultimo capo degli Aprea, ancora rimasto in libertà, che imponeva il pizzo ai negozianti presentandosi di persona a bordo della propria vettura blindata, una Lancia K di colore blu, senza alcun tipo di timore per eventuali denunce o riconoscimenti.

Anzi, l’atto di «marcare» in prima persona il territorio veniva vissuto come un ulteriore segnale di forza nei confronti delle vittime, chiamate ad assecondare le folli richieste criminali del boss.

Un meccanismo durato anni, che ha spinto commercianti e imprenditori sul lastrico, conclusosi – per fortuna – con la decisione dei più coraggiosi di raccontare all’autorità giudiziaria le vessazioni e le minacce subite dalla malavita locale.

 

GLI ALLEATI E I NEMICI

Di particolare importanza, nella definizione delle strategie mafiose nella zona est della città, su cui – secondo i programmi di Comune e Regione – dovranno piovere centinaia di milioni di euro per il finanziamento di progetti imprenditoriali e di riqualificazione territoriale, sono stati i rapporti che le bande malavitose di Barra hanno stretto con altre organizzazioni partenopee e della provincia vicina.

In base alle risultanze investigative, che poi sono state confermate anche in sede processuale, il gruppo capeggiato dal boss Giovanni Aprea, soprannominato «punta ’e curtiell» – punta di coltello – agli inizi degli anni Novanta siglò un accordo con Edoardo Contini, fondatore, insieme a Gennaro Licciardi e a Francesco Mallardo, dell’Alleanza di Secondigliano.

Un rapporto di collaborazione criminale «esplosivo» a quelle latitudini, vista la vicinanza con la famiglia Mazzarella, impegnata in un durissimo scontro proprio con i «secondiglianesi», e con gli uomini di Ciro Sarno.

Una foto d'archivio del boss, oggi pentito, Ciro Sarno
Una foto d’archivio del boss, oggi pentito, Ciro Sarno

Non è un caso, dunque, che gli Aprea, infatti, siano i primi a offrire manovalanza e appoggio all’ex killer del clan Sarno, Antonio De Luca Bossa, che cerca di conquistare un proprio spazio di azione nel quartiere di Ponticelli e nell’hinterland vesuviano. A sua volta, De Luca Bossa è alleato di Giuseppe Marfella, rivale dei fratelli Lago nella gestione del malaffare tra Pianura, Soccavo e rione Traiano.

Antonio De Luca Bossa
Antonio De Luca Bossa

Il «gioco» di link e collegamenti di malavita racchiude, in una unica ragnatela, i piani di espansione e gli affari di malavita di gran parte della città. Che si ritrova, così, impreparata di fronte all’esplosione improvvisa di violenza che porta a decine di omicidi in pochi mesi.

Gli Aprea-Cuccaro partecipano, infatti, alle azioni intimidatorie più cruenti di quegli anni, finendo per apparire – agli occhi degli investigatori – come la «mano armata» dell’Alleanza di Secondigliano nell’area orientale.

Il gruppo di Barra viene coinvolto, così, nell’inchiesta condotta dai pm Antimafia, Luigi Bobbio e Giovanni Corona, che ricostruisce il reticolo di rivalità nell’area orientale, dove i Mazzarella e i Sarno sono alleati con i Formicola e i Reale-Rinaldi contro l’offensiva dei «secondiglianesi».

Al termine del processo, quasi tutti i camorristi coinvolti saranno condannati a pene pesantissime che, salvo qualche eccezione, stanno ancora scontando.

 

IL FRONTE INTERNO

Sul fronte interno, invece, la camorra di Barra si caratterizza per un’elevata conflittualità, che vede la contrapposizione armata tra gli Aprea-Cuccaro, cui col tempo si uniscono gli esponenti di un sottogruppo capeggiato da Giacomo Alberto, e i Nemolato-Andreotti-Minichini, autori – secondo informative di forze dell’ordine – della strage di Barra, nella quale rimasero uccisi sei affiliati al gruppo rivale.

In tempi più recenti, dopo aver affermato la propria leadership criminale sul territorio, il boss Giovanni Aprea, complice anche una serie di arresti a ripetizione che hanno smantellato gran parte dell’organizzazione, ha soffocato nel sangue un tentativo di scissione, portata avanti dalle famiglie Celeste e Guarino. Una faida che ha riportato l’attenzione degli inquirenti il quartiere di Barra, dove si sono verificati numerosi omicidi in poco tempo.

 

I RAPPORTI CON LA POLITICA

Negli anni Novanta, il mondo della politica locale viene scosso dalla notizia dell’arresto dell’allora presidente del consiglio circoscrizionale di Barra, da poco rieletto alla carica. L’amministratore, con una lunga militanza nel partito socialista, è indicato dagli inquirenti come «uomo di fiducia» del clan Aprea all’interno del parlamentino locale. Inizialmente, le accuse nei suoi confronti sono di associazione camorristica e traffico di stupefacenti.

Nell’ufficio, i poliziotti gli sequestrano un personal computer e numerosi floppy disc che li porteranno ad aprire un nuovo filone d’indagine, relativo – stavolta – alle tangenti imposte dagli Aprea-Cuccaro, e intascate dal politico, agli imprenditori impegnati nelle opere di ristrutturazione edilizia, a Barra, per il piano speciale edilizio del dopo-terremoto. Un fiume di miliardi su cui si è gettata, famelica, la camorra dell’area orientale e che costerà al politico, nel 1997, un nuovo mandato di cattura per estorsione e associazione camorristica.