venerdì, Ottobre 7, 2022
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Dalla strage di Gomorra alla scalata al clan: il pentito Cristiano è uno tsunami

Il boss della 167 racconta l’ascesa della cosca e il patto con i Monfregolo: «Eravamo arrabbiati con Casone. Dopo il suo omicidio ci siamo presi le estorsioni ad Arzano»

di Luigi Nicolosi

Da piccolo gruppo criminale attivo in un singolo rione a clan egemone su tutto, o quasi, l’hinterland a nord di Napoli. È stata una scalata inarrestabile, quella di cui si è reso protagonista negli ultimi anni il clan Cristiano, temibile costola della potente holding magiosa che fa capo agli Amato-Pagano. Un’ascesa che sarebbe iniziata dopo la mattanza nel centro estetico, cioè il duplice omicidio Casone-Ferrante: «Quindici giorni dopo è arrivata una lettera scritta da Napoleone a mio figlio Pasquale e a Giuseppe Monfregola, dicendogli che dovevano farsi vedere in giro perché le cose erano cambiate e da quel giorno abbiamo cominciato a fare le estorsioni ad Arzano».

A rivelare l’inedito retroscena è oggi Pietro Cristiano, contabile della cosca, da poche settimane passato insieme al figlio Pasquale tra le fila dei collaboratori di giustizia. Il 7 giugno scorso Cristiano senior ha reso agli inquirenti della Dda di Napoli una lunga deposizione, con la quale ha ricostruito l’ascesa del clan con base nella 167 di Arzano: «Tornato ad Arzano ho ripreso a produrre abbigliamento contraffatto.Dal 2011 al 2013 sono poi stato disoccupato. Mio figlio Pasquale è stato in carcere per una rapina». E ancora: «Nel 2013 frequentando il rione c’era una baracca dove il padre dei Monfregolo vendeva le sigarette di contrabbando. Nel dicembre 2013 ci avvicinò una 600 grigia con a bordo il gemello, genero di Ernestino di Casavatore, e Ciro Casone (referente in zona del clan Moccia, ndr). Casone minacciò e il padre di Monfregolo dicendo “a te t schiatt a capa”». Un affronto che il contrabbandiere non ebbe però alcuna intenzione di accettare: «Quando Casone, dopo mezz’ora andò via, scese da casa Giuseppe Monfregolo che si fece raccontare la storia. Il giorno dopo iniziò a frequentare gente di Melito, Napoleone e Russo, che incontrava fuori alla caffetteria Colombo».

A questo punto il racconto di Pietro Cristiano entra nel vivo con una lunga serie di nomi ed episodi: «Dal 2014 hanno comandato mio figlio Pasquale Cristiano e Giuseppe Monfregolo. Noi della famiglia Cristiano e Monfregolo eravamo arrabbiati con Casone per varie ragioni. Anche perché venivano a fare le stese nel rione. Quindici giorni dopo l’omicidio Casone-Ferrante è arrivata una lettera scritta da Napoleone a mio figlio Pasquale e a Giuseppe Monfregola, dicendogli che dovevano farsi vedere in giro perché le cose erano cambiate e da quel giorno abbiamo cominciato a fare le estorsioni ad Arzano. Io, Giuseppe Monfregolo, Pasquale Cristiano, Gennaro Russo, Francesco Paolo Russo, Angelo Antonio Gambino e Renato Napoleone. Iniziammo a incontrarci a casa di mio cognato, Ludovico Onorato, al secondo piano». Di lì a breve l’assetto del clan avrebbe però subito un primo, importante cambiamento: «Dopo l’arresto di Napoleone, Gambino e Russo, io sono entrato in quota con mio figlio Pasquale e Giuseppe Monfregolo. È stata una loro decisione, tenuta nascosta ai capi. Io sono stato designato come responsabile. Abbiamo continuato a fare le estorsioni. Mio figlio si occupava di Frattamaggiore, Frattaminore e Caivano. Era poco presente ad Arzano. Mio figlio si occupava dello spaccio di droga con loro, droga che prendeva da Caivano».

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