Raffaele Cutolo e Pasquale Barra (alias 'o animale)

Da fedelissimo ad accusatore

di Giancarlo Tommasone

E’ morto di malattia, Pasquale Barra, il 27 febbraio del 2015. Aveva 73 anni, la maggior parte dei quali passati in prigione. E’ considerato il boia delle carceri, per anni la longa manus armata della Nco in ogni penitenziario italiano. Prima capozona di Ottaviano, assurse presto al ruolo di santista, la più alta carica per i fedelissimi del boss Raffaele Cutolo. Poi il pentimento; fu con Giovanni Pandico (alias ’o pazzo), il maggiore accusatore dei suoi ex sodali. E dell’innocente Enzo Tortora, che a causa delle invenzioni e delle bugie dell’animale (così era soprannominato Barra)  e del pazzo, finì al centro di un incubo, che portò alla morte il noto presentatore ligure.

Le menzogne
e le invenzioni
del piano criminale ordito
contro Enzo Tortora

Nonostante la giustizia, seppur in maniera assai tardiva, alla fine riconobbe in toto l’estraneità di Tortora rispetto alle accuse che gli vennero mosse da un manipolo di camorristi, a caccia, nel caso delle menzogne contro l’amatissimo volto della Rai, di privilegi dietro le sbarre, e di ribalta mediatica, durante i processi. Ma tornando a ’o animale, nessuno, e figurarsi Cutolo, si sarebbe aspettato un suo pentimento. Con le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Barra, fu possibile anche mettere a segno uno dei più grandi blitz che la cronaca giudiziaria abbia mai raccontato, quello che all’alba del 17 giugno 1983 portò all’esecuzione di oltre 800 arresti. In carcere finirono i presunti appartenenti alla Nuova camorra organizzata. Eppure tre anni prima, nel 1980, il professore di Ottaviano, nel suo libro, «Poesie e pensieri» aveva dedicato anche un componimento allo studente, così era pure chiamato Barra prima di diventare killer dalla violenza cieca.

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Era uno spione dei carabinieri»

Tra tutti i suoi efferati delitti, si ricorderà l’uccisione di Francis Turatello. Si narra, perché l’esame autoptico non riuscì a svelare il mistero, che alcune parti degli organi interni (straziati da 40 coltellate) furono raggiunte dal morso dell’animale. La poesia del 1980 scritta da Cutolo per Barra, si intitola «N’’omme ’e camorra», ed è in dialetto napoletano. E’ introdotta da una serie di considerazioni, «un uomo – annota il capo della Nco, facendo riferimento al tradimento – deve stare attento soprattutto quando entra nella sua vita un amico, perché in esso si può celare un potenziale nemico. Una serpe infida che entra nella tua casa e come tale si deve schiacciare senza pensarci sopra altrimenti  questa ti morderà». E ancora, scrive Cutolo: «Non pensarci, caro Pasquale, se un amico cambia bandiera è perché significa che non era degno di avere il nostro rispetto, la nostra stima, la nostra venerazione, ma soprattutto la nostra sacra amicizia». E dopo la premessa, la poesia dedicata a Barra, componimento di cui riportiamo l’incipit. «Dint’’o paese ’o chiammavano ’o sturente; ’nfaccia ’a zumpata nisciuno l’appassa. Si tene ’e faccia pure ’na truppa, tira a mano e fa sempe a stessa mossa: te mena ’a curtellata a scassa a scassa sotto ’o prummone, ca te vene a tosse». Tradotto in italiano, suona più o meno così: al paese lo chiamavano lo studente, quando si tratta di misurarsi col coltello, nessuno lo supera. In effetti risultava difficile superare in ferinità e sete di sangue, Pasquale Barra, ex santista di Raffaele Cutolo.