Alfonso 'Alf' Rosanova, Raffaele Cutolo e Pasquale Galasso. Sullo sfondo un padiglione del carcere di Poggioreale

I VERBALI INEDITI Il collaboratore di giustizia Pasquale Galasso: mio padre chiese ad Alfonso Rosanova di raccomandarmi col capo della Nco

di Giancarlo Tommasone

Ha appena 20 anni, Pasquale Galasso – ex boss di Poggiomarino, poi passato a collaborare con la giustizia -, quando finisce in carcere per la prima volta. E’ il 1975. L’episodio è alquanto controverso, dal punto di vista della dinamica e del movente che spinse un gruppo di malavitosi ad agire. Secondo una versione dei fatti, tre persone cercarono di rapire lui e sua sorella, ma Galasso riuscì a prendere l’arma di uno dei banditi e ne uccise due, il terzo scappò. La seconda, invece, inquadra le persone ammazzate, non come rapitori, bensì emissari di un clan che avrebbero chiesto il pizzo al padre del giovane Galasso. Dopo il delitto, si costituì e fu mandato nel carcere di Poggioreale.

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Qui, come emerge dal resoconto di un interrogatorio – che Stylo24 pubblica in esclusiva -, finì sotto la protezione di Raffaele Cutolo. «Fui trasferito prima al padiglione Milano, e in seguito al San Paolo (reparto ospedaliero della casa circondariale napoletana, ndr)», racconta Galasso. «Per quale motivo fu trasferito dal padiglione in cui era prima? Lei presentava qualche patologia che giustificasse il suo trasferimento al San Paolo?», gli viene chiesto. «No, nessuna patologia. Non lo so perché fui trasferito. Io pensai che accadde su intervento di mio padre, maggiormente di Alfonso Rosanova, per stare accanto a Raffaele Cutolo».

«Ricordo che un giorno fui chiamato dal direttore del carcere, il quale mi disse che lui aveva provveduto al trasferimento al centro clinico, in qualità di scrivano, affiancato al dirigente sanitario dell’epoca. Io accettai e andai al San Paolo, lì trovai anche Raffaele Cutolo, il quale mi disse che aveva pensato lui, che era intervenuto lui per quel trasferimento», spiega Galasso. Che precisa: «Poi venni a sapere che mio padre si era rivolto ad Alfonso Rosanova proprio per la mia incolumità in carcere».