Raffaele Cutolo e Giovanni Pandico (nel riquadro)

Il «pazzo» di Liveri

di Giancarlo Tommasone  

E’ sicuramente uno dei personaggi più discussi e inquietanti della storia della camorra, Giovanni Pandico, detto ’o pazzo, classe 1944. Lo si ricorda principalmente come l’accusatore, insieme ad altri pentiti (uno su tutti Pasquale Barra), del presentatore ligure Enzo Tortora. Innocente, vittima delle calunnie e delle bugie del pazzo e di altri ex affiliati alla Nco, l’amatissimo volto della Rai, non resisterà all’inferno kafkiano in cui precipita, e una volta emersa la sua completa estraneità ai fatti contestati, sarà vinto dalla malattia. Ma tornando a Pandico, che fin dalla giovane età dà segni di seri problemi psichiatrici (gli diagnosticano la schizofrenia), si trova alla «corte» nera del boss Raffaele Cutolo, negli anni Settanta. In carcere ci finisce dopo che in preda a un raptus, apre il fuoco e uccide due persone, e ne ferisce una terza. Si trova negli uffici comunali di Liveri di Nola, suo paese di origine, e ha intenzione di aggiornare l’atto di nascita. Quando l’impiegato gli chiede i dati anagrafici necessari per svolgere l’operazione, Pandico, evidentemente disturbato dalla domanda, estrae la pistola e comincia a sparare all’impazzata. Il bilancio è pesantissimo: un vigile urbano e un impiegato ammazzati; un consigliere comunale ferito.

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dal boss un’unghia e una ciocca di capelli

Controversa anche la natura del rapporto con Cutolo; il capo della Nuova camorra organizzata, in più di una occasione tiene a ribadire che «Pandico è semplicemente uno che gli scriveva le lettere, uno scrivano… ma non è stato mai legalizzato (affiliato alla Nco, ndr)… lui in carcere ad Ascoli Piceno, prese una mia unghia e una ciocca di capelli, e quando io non c’ero voleva fare Raffaele Cutolo. Non è cattivo, è scemo». Naturalmente, di tutt’altro parere era il pazzo, che si definiva addirittura un consigliere del boss. Dopo essere passato a collaborare con la giustizia non perse occasione per scagliarsi contro il suo ex padrino. Una volta, arrivò a scrivere perfino una «lettera aperta» a Cutolo, che all’epoca si trovava recluso all’Asinara. La missiva, sette fogli scritti a macchina, fu pubblicata dal quotidiano Il Mattino, il 31 luglio del 1983. Oltre a spiegare i motivi della sua dissociazione dalla Nco, Pandico si rivolse direttamente al camorrista di Ottaviano: «Non dubito affatto che in questa mia lettera molte cose potranno ferire nel vivo la tua accertata patologica vanità. Se accadrà questo, leggi le mie ultime righe fino ad uccidere la tua vanità». Il pentito che, nella lettera si dichiarò un ex figlioccio di Cutolo, si rammaricò per un delitto che non era riuscito a compiere. «Mi rimprovero di non averti personalmente ucciso», fece sapere il pazzo.