Il compianto Franco Califano e il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Il calvario del Califfo

di Giancarlo Tommasone

Anche il Califfo, il compianto cantautore romano, Franco Califano, finì nel mirino di alcuni collaboratori di giustizia, ex appartenenti alla Nco di Raffaele Cutolo. L’artista fu arrestato il 12 marzo del 1984, a Roma, mentre si trovava nella sua villa di Primavalle; nei suoi confronti, l’ipotesi di accusa di associazione finalizzata al traffico di droga. Va subito sottolineato, che alla fine del processo che lo vide imputato insieme ad altre persone, fu assolto perché i fatti che gli furono contestati non erano mai accaduti.

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Alla sbarra / Religiosi, camorristi e imprenditori
nel «maxi-processo» al mostro cutoliano

Rappresentavano il frutto delle bugie dei soliti falsi accusatori, uno su tutti, l’ex capozona di Secondigliano per i cutoliani, Pasquale D’Amico, alias ’o cartunaro. A tirare in ballo Califano, nell’ambito di un fantomatico traffico di stupefacenti, fu oltre a D’Amico, anche Gianni Melluso (lo stesso pentito che aveva accusato ingiustamente anche Enzo Tortora), alias Gianni il bello, che per anni aveva svolto mansioni di corriere della droga per la banda di Francis Turatello. Il cantautore, tre giorni dopo l’arresto, fu trasferito presso la caserma Pastrengo per sottoporsi a un confronto con i suoi accusatori. Indossava una giacca a quadri su pantaloni scuri, scese dal cellulare con i polsi stretti dalle manette, e circondato da cinque carabinieri. Apparve, naturalmente, stanco e visibilmente nervoso.

Le fan all’esterno
della caserma Pastrengo

A incoraggiarlo per affrontare e superare quel momento difficile, un nutrito gruppo di fan, che si era dato appuntamento all’esterno della caserma. Il confronto con i suoi accusatori durò circa due ore e un quarto. Califano riapparve nel cortile della Pastrengo, avvolto in un mantello nero, e sempre ammanettato, fu fatto salire sul cellulare. Relativamente al faccia a faccia, tra l’accusato e i due pentiti, D’Amico contestò al cantautore un episodio avvenuto a Secondigliano, molti anni prima. In occasione di una festa patronale, disse ’o cartunaro, avrebbe consegnato a Califano, al termine di uno spettacolo, una bustina contenente alcuni grammi di cocaina, che lui, avrebbe a sua volta, dovuto far provare ad altre persone. Melluso, invece, contestò all’artista, la consegna di alcuni chilogrammi di cocaina, che secondo le parole dell’accusatore, era stata effettuata in tre occasioni. Le consegne sarebbero avvenute in luoghi diversi di Roma. Durante il confronto, però Califano, oltre a negare di avere mai spacciato droga, contestò le indicazioni sui luoghi citati da Gianni il bello. Quando D’Amico lasciò la caserma Pastrengo, ebbe a dire ai giornalisti presenti: «Califano è uno spacciatore ma non è camorrista. Non è mai stato affiliato alla nostra organizzazione». Una mezza verità quella d’’o cartunaro, perché non solo il Califfo non era un camorrista, ma la magistratura accertò che non fosse nemmeno uno spacciatore.