L'ex assessore regionale Ciro Cirillo

di Giancarlo Tommasone

Una testimonianza, di cui però non si cita la fonte. Ne fa menzione il presidente della Corte durante una seduta per il processo relativo al rapimento e alla trattativa per liberare Ciro Cirillo. È il 27 settembre del 1989, il fondatore della Nuova camorra organizzata si trova a rispondere a domande sul cosiddetto falso scoop dell’Unità. Il giornale di area Pci, successivamente alla liberazione dell’assessore regionale della Democrazia cristiana, aveva pubblicato un documento, poi rivelatosi fasullo, che aveva tirato in ballo l’allora ministro Vincenzo Scotti.

In quei carteggi, Scotti, veniva indicato come colui
che era andato a trattare in carcere, con il padrino di Ottaviano, affinché i brigatisti rilasciassero Cirillo.

Il presidente chiede a Raffaele Cutolo se fosse a conoscenza di una circostanza: «Le risulta che il documento, prima di essere pubblicato dall’Unità, fu proposto da Vincenzo Casillo anche al giornalista Giuseppe Marrazzo, che lo rifiutò?». «Non ne so niente ed escludo che una cosa del genere sia potuta accadere, perché Vincenzo Casillo era un mio amico, voleva il mio bene, non il mio male», taglia corto Cutolo.

All’epoca di suddetta seduta, sia Casillo che Marrazzo sono deceduti. Il braccio destro del fondatore della Nco ha trovato la morte nel corso di un attentato dinamitardo (29 gennaio 1983), mentre il giornalista si è spento all’età di 56 anni, il 27 febbraio del 1985.

«Lei è accusato di falso, relativamente alla produzione del documento dell’Unità. Che cosa ha da dire in merito? E’ opera vostra?», aveva chiesto, in precedenza, il presidente a Cutolo. «Potete scrivere e dire tutto di me, tranne che sono fesso; non avrei mai realizzato un falso, le cui conseguenze sarebbero poi ricadute su di me», gli aveva risposto il camorrista. A supporto della sua tesi aveva sottolineato: «Infatti dopo il clamore suscitato da quel documento, il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, mi fece mandare all’Asinara e mi fece isolare completamente».

Il boss della Nco Raffaele Cutolo

Il boss di Ottaviano, dunque, durante la seduta del 27 settembre 1989 afferma di non sapere alcunché di quel documento, ribadisce di non esserne l’autore, né di averlo ispirato ad altri: «E poi mica mi davo la zappa sui piedi? Era normale che una cosa del genere mi avrebbe solo potuto danneggiare. Come poi, in effetti, è successo».

C’era invece chi sosteneva che quel documento
fosse stato prodotto ad Ascoli Piceno, dove Cutolo era detenuto.

«Pandico (Giovanni, collaboratore di giustizia, ndr) dice che il documento pubblicato dall’Unità è stato realizzato ad Ascoli. Cosa dice, lei, al riguardo?», chiede ancora il presidente. Al che Cutolo risponde: «Dopo tutta la sofferenza che ha provocato (attraverso le sue dichiarazioni fasulle), e con la morte di Enzo Tortora, si sta a credere ancora a Pandico?».