di Francesca Iervolino.

“La Treccia” è il romanzo d’esordio di Laetitia Colombani, regista e sceneggiatrice di origini francesi. La copia del romanzo che avevo acquistato mesi fa ogni tanto mi ammiccava dalla libreria: sembra incredibile e sciocco ipotizzarlo, ma credo fermamente che i libri ci chiamino a loro. D’altro canto le storie di donne, siano esse realmente vissute o semplice frutto della fantasia, hanno sempre suscitato un certo fascino su di me. E’inevitabile: ciascuna di noi nel corso della propria vita tende ad identificarsi con un’altra donna, con i suoi dolori o con le sue gioie.

“La treccia” narra la storia di tre donne, Smita, Giulia e Sarah: tre donne completamente diverse tra loro e che non hanno apparentemente nulla in comune, se non il genere. Smita è di origini indiane ed è una dalit, “una intoccabile”, una donna ai margini della società considerata un’impura, una persona che nella scala sociale siede sul gradino più basso per via della sua condizione. A Bradlapur, Smita ha un unico compito, o meglio un dovere , un dharma: svuotare le latrine dei jat, i “signori”, a mani nude. Smita è sposata con Nagarjan e hanno una bambina di sei anni, Lalita. Come sua madre, Smita ha accettato in silenzio il destino che le tradizioni le hanno imposto e non può ribellarsi, perché in India chi si ribella viene punito severamente, in alcuni casi persino con la morte. Smita questo lo sa bene, ma per Lalita vuole un futuro diverso e così, vincendo le resistenze di suo marito, decide di mandare la bambina a scuola. Ma il primo giorno di suola accade qualcosa: Lalita viene costretta dal maestro a spazzare il pavimento dell’aula dinanzi alla classe. La piccola tuttavia, fiera e orgogliosa, non obbedisce e per questo viene duramente punita dal maestro. E’in seguito a questo episodio che la “farfalla” che si agita dentro Smita comincia a battere forte le sue ali e così, una notte, decide di scappare insieme a Lalita.

 

All’altro capo del mondo, a Palermo, ritroviamo la giovane Giulia Lanfredi: seconda di tre sorelle, Giulia lavora sin da piccola nel laboratorio di famiglia, accanto a suo padre Pietro. La famiglia Lanfredi infatti produce parrucche con capelli veri, raccolti grazie alla tradizione della“cascatura”. Un giorno però il padre di Giulia rimane vittima di un incidente ed entra in coma, lasciando le sue figlie, sua moglie e le sue operaie nell’incertezza. Che fare? Continuare nell’arte della produzione delle parrucche o chiudere l’attività che risulta quasi in bancarotta? Durante la processione di Santa Rosalia Giulia incontra il giovane Kamal, un giovane indiano sikh, di cui si innamora pazzamente. Insieme a lui, vincendo le resistenze della famiglia e delle tradizioni, Giulia riesce a risollevare le sorti del laboratorio allargando l’attività grazie allo smercio di capelli veri provenienti dall’India.

Terza e ultima protagonista di questo incredibile romanzo è Sarah, brillante avvocato e socia di uno dei maggiori studi legali di Montreal, il Johnson & Lockwood. La vita perfetta di Sarah purtroppo viene sconvolta alla soglia dei quarant’anni dal cancro al seno. E’un duro colpo per lei ma la sua determinazione e il suo orgoglio la spingeranno a nascondere invano la malattia alla sua famiglia e soprattutto ai colleghi. L’inganno tuttavia viene scoperto: una malattia del genere, in un ambiente popolato da “squali”, è un’arma che Sarah teme più di ogni altra cosa ed infatti la donna, al culmine della malattia, viene pian piano messa da parte dai suoi superiori e dai suoi colleghi fino al colpo di grazia: Sarah vede soffiarsi la promozione a managing partner, un obiettivo a cui ha sacrificato affetti e vita familiare. E’ malata e dunque non può garantire nulla allo studio legale: in poche parole, è una donna ormai finita.

Fin dalle sue prime pagine “La treccia” è un crescendo di avvenimenti concatenati e costruiti sapientemente dall’autrice, la cui costruzione non appare al lettore assolutamente forzata, anzi, è piuttosto naturale e convincente. Profondamente comunicativo e incisivo nello stile, il romanzo si impone al lettore sin da subito e ne cattura  immediatamente l’attenzione. Le storie delle tre protagoniste sono raccontate a capitoli alterni e ogni storia è un libro a sé stante che rappresenta un microcosmo di personaggi le cui sfaccettature  caratteriali convincono e funzionano perfettamente, incastrandosi impeccabilmente nella narrazione e rendendola fluida e armoniosa.

Smita, Giulia e Sarah sono donne completamente diverse sia per cultura che per età e nulla, apparentemente, le accomuna tranne una cosa, la più importante: il coraggio e la forza di non piegarsi al destino e alle circostanze. Condividono la stessa indomita, prepotente resilienza: reagiscono ai colpi che la vita ha inferto loro compiendo ciascuna un viaggio; Smita in maniera più diretta, Giulia in maniera più riflessiva e Sarah in maniera più lenta. Il loro destino è legato da una sottile e impercettibile treccia: l’una entrerà nella vita dell’altra seguendo la via tracciata da una circostanza incredibile, anche se non si incontreranno mai, né sapranno l’una dell’esistenza dell’altra. Rinascita, orgoglio, speranza, tenacia: questo libro è un inno alla vita e alla forza femminile, un anelito a non lasciarsi andare alle circostanze sfavorevoli o a un destino già scritto e imposto. Stupenda e toccante la figura della “tessitrice” che, nell’ombra, tesse i fili del destino delle tre donne e instaura tra di esse “un legame fragile che si trova nel punto di incontro delle loro vite, un filo esile che le tiene unite”.