Il caffè non è solo “cosa nostra”, ma anzi un prodotto universale che in altri Paesi registra consumi record e nuove tecniche di estrazione e torrefazione. A svelare il lato global di questo corroborante bere, e a smontare una sorta di tabù, è il libro “Mondo Caffè” dei giornalisti Andrea Cuomo e Anna Muzio, con prefazione di Luciano De Crescenzo è (coedizione Cairo – Comunica, pagg. 320, 18 euro), che illustra “storia, consumo ed evoluzione di un’invenzione meravigliosa”, come recita il sottotitolo.

«E’ un libro rivoluzionario per l’Italia, perché per la prima volta in un testo sul caffè, nel nostro Paese, viene messo in discussione il primato tricolore di quella che si ritiene essere la bevanda nazionale». Afferma a Stylo24 Andrea Cuomo, che continua: «Non discutiamo la qualità dell’espresso, ma sosteniamo che il pensiero unico dell’italiano medio per cui solo questo sia il vero caffè, ci ha fatto perdere di vista il fatto che nel mondo il caffè di qualità viene consumato ed estratto in altri modi. Noi parliamo di quello americano con un po’ di disprezzo, invece i migliori caffè del mondo, quelli con le origini più nobili, con la macchina per l’espresso sarebbero rovinati».

Il libro è quasi una enciclopedia. 
«Certo, a cominciare dalla descrizione dei Paesi in cui viene prodotto il caffè. E qui arriva un altro paradosso, ovvero quello per cui, in una epoca in cui si parla molto di sovranismo, sia la bevanda antisovranista per eccellenza. Basti pensare che si tratta di un prodotto africano nero, arrivato in Italia sulle navi. E oggi è il simbolo del nostro Paese. Parliamo di un vero e proprio simbolo di integrazione, oltre che, forse solo con il tè, l’unica bevanda che, non avendo proscrizioni religiose, come quelle alcoliche, o ideologiche, come, ad esempio, la Coca cola, viene bevuta in tutto il mondo».

Il vostro punto di partenza è la Coffea, la pianta dai cui semi è tratto il caffè.
«Sì, questa pianta ha due diverse tipologie. E le due più famose sono la arabica e la robusta, che sono un po’ il bianco e il nero del caffè. La prima è nobile e dà vita a caffè più pregiati, la seconda è un po’ un caffè da taglio, che dà corpo e quella cremina che noi italiani amiamo molto». 

Si può dire che, pur essendosi autoproclamati gli inventori del caffè, gli italiani ne sappiano molto poco dell’argomento?
«Esatto, l’italiano medio sa pochissimo di caffè. Da noi è molto spesso cartolina, oleografia, tradizione. Ma in questo mondo spesso è proprio la tradizione, che, comunque non rinneghiamo, anzi, a impedire di guardare lontano. Noi italiani non ci siamo resi conto che il mondo è andato avanti. E, pur essendo stati noi ad aver persino prestato al mondo il vocabolario del caffè, con termini come barista o cappuccino che sono utilizzati ovunque, ormai siamo diventati una sorta di torre d’avorio. In cui, spesso, persino lo stesso barista non sa bene da dove provenga il caffè che ci serve. Ci piacerebbe, con questo libro, insegnare agli italiani che il caffè può essere tante cose diverse, da bere in base a momenti e stati d’animo diversi».

 

«Mondo Caffè» vuole essere anche una sorta di guida?
«Certo, tra le cose che si possono trovare abbiamo trenta ricette di altrettanti chef italiani stellati, così come quelle di cinque bartender italiani su cocktail a base di caffè. O la guida ai migliori bar di caffè di tutto il mondo e anche un capitolo che riguarda la salute in cui sfatare il mito che il caffè farebbe male. Bevuto in uso moderato, infatti, secondo gli studi raccolti, non fa male neanche ai diabetici o a chi soffre di ipertensione. E poi c’è il racconto delle città del caffè, come Venezia, Torino, Trieste, Parigi, Londra, Istanbul, Melbourne, Portland, Seattle, che hanno legato la loro storia al caffè. Il caffè è una bevanda che sveglia, mentre i regimi hanno sempre preferito che il popolo bevendo alcol, che stordisce e frena le rivoluzioni».

Ma si può avere fiducia nel fatto che gli italiani possano scoprire il nuovo mondo del caffè?
«Penso di sì. Gli italiani prima o poi lo scopriranno e, in fondo, da qualche parte si deve cominciare. Noi con questo libro vogliamo essere in un certo senso l’avanguardia di questo discorso, pur sapendo di poter essere persino guardati con diffidenza. Ma, d’altro canto, in Italia si inizia già a muovere qualcosa. Basti pensare all’arrivo di Starbucks a Milano. Guardato con diffidenza, è oggi a tutti gli effetti una sorta di tempio, di cattedrale del caffè. Un luogo in cui si fa sì business, ma anche cultura. Sono convinto che tra vent’anni, di fianco ai classici bar all’italiana ci saranno anche tante coffee house, dove andare a bere l’altro caffè, quello che, per la prima volta, noi raccontiamo agli italiani».

Sei anche un esperto enogastronomico, può esserci un paragone tra il percorso fatto dalla cucina italiana e quello che dovrebbe compiere il caffè?
«Io penso che la cucina italiana arrivi, con qualche anno di anticipo, lì dove è già passato il vino e dove arriverà il caffè. Una sorta di processo hegeliano di tesi, antitesi e sintesi. Si è partiti da una base di grande tradizione, che ha fatto da tappo all’innovazione, poi improvvisamente si è scoperta l’alta cucina, che ha portato a un eccesso di innovazione ed estetica. Adesso, secondo me, si comincia a vedere la sintesi. Che è prima di tutto grande scelta, tra tante cucine e tante possibilità, tra le quali ognuno sceglie cosa vuole. Il tutto attraverso un affievolimento della spettacolarizzazione e dei grandi gesti fini a loro stessi. Così come capitato già per il vino, si è trovata una sintesi tra tradizione e innovazione. E secondo noi sarà così anche per il caffè».