Per anni, anzi decenni è stata la roccaforte del potente clan Gionta, a Torre Annunziata: Palazzo Fienga era un po’ la raffigurazione, in legno e cemento, del crimine organizzato nella provincia sud del capoluogo.

Il boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta
Il boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta

Il Male fattosi edificio. Lo è stato fino al 2015 quando l’Amministrazione comunale e la Procura locale decisero, di concerto, lo sgombero di quel che restava della cosca di don Valentino, condannato e poi assolto – in via definitiva – dall’omicidio di Giancarlo Siani, ma ugualmente sepolto vivo al 41bis per altri fatti di sangue. E con lui anche la sua intera famiglia, e quelli che son venuti dopo, e i parenti dei parenti.

Un palazzo che era una caserma (della malavita)
e insieme una galera. Dove, si diceva, ci fossero tunnel segreti e camere nascoste per ospitare i latitanti della camorra che dovevano sfuggire alle forze dell’ordine e ai killer rivali.

Stylo24 è riuscita a recuperare, prima che quei locali fossero sgomberati, le foto che mostrano le «viscere» di Palazzo Fienga poco dopo l’ultimo sfratto esecutivo nei confronti delle famiglie che ancora si ostinavano a voler trascorrere l’intera loro esistenza nel Palazzo. Sono ambienti umidi, fetidi. Scavati nel tufo dove non era raro imbattersi in ciuffi di fili elettrici che spuntavano dai muri per portare un po’ di luce in quell’ombelico fatto di pietra con cui si poteva dialogare solo attraverso l’antica tecnica dei «citofoni».

Uno degli ultimi rifugiati, nell’estate di due anni fa, prima di adagiarsi sul lettino allestito in maniera molto approssimativa in una specie di cantina a cui si accedeva da un sottoscala, difeso – a sua volta – da una pesante porta in ferro, per passare l’ultima notte, si premurò di farsi portare un ventilatore. Lo chiese a un parente che, al telefono (intercettato), incaricò un altro amico di procurarglielo. Il tizio ebbe il suo ventilatore. Dal fresco di Palazzo Fienga al fresco della galera il passo fu breve, però.