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«Su questa pietra, storia di un uomo che andava a morire» è un libro scritto da Sergio Ramazzotti (Mondadori, pp 165, euro 17), fotografo e reporter di guerra. Ma è, soprattutto, una storia vera. Il racconto fatto da chi era abituato a immortalare nelle sue immagini uomini che lottavano per aggrapparsi alla vita con tutta la forza che avevano in corpo, e che, invece, un giorno si è ritrovato di fianco un uomo che aveva scelto di morire. Di farla finita. Quell’uomo era Pietro D’Amico, 62 anni, procuratore generale di Catanzaro, che ha passato le sue ultime 48 ore compiendo un viaggio lungo 1.400 chilometri fino alla Svizzera, dove il suicidio assistito, per i malati terminali, è legale. Il problema, però, è che Pietro D’Amico non è mai stato malato. Aveva ingannato tutti.

A partire dai medici, fino ai suoi familiari. Solo per ottenere i certificati necessari per convincere i dottori elvetici a concedergli la morte. E allora la scelta di compiere quel viaggio con un compagno che ha seguito il magistrato fino in Svizzera, provando a restare neutrale. A osservare ciò che stava accadendo. Ad accompagnarlo verso ciò che sarebbe accaduto. E’ il 9 aprile 2013, i due si incontrano in aeroporto, prendono un’auto e cominciano un viaggio a tratti infinito, a tratti fin troppo veloce da compiere. Il magistrato, come racconta Ramazzotti, dirà di aver riferito alla famiglia di avere una visita a Napoli. Una bugia come unica scelta possibile per evitare di essere fermato. “Non capiscono o forse non vogliono”.

 

Parlando, accennerà anche a una indagine, alla decisione di lasciare la magistratura, andando in pensione. L’indagine in questione è l’inchiesta Why Not dell’allora procuratore Luigi de Magistris. Che, alla fine, scoppia e si dissolve come una bolla di sapone, in una grande archiviazione. Ma tra le persone coinvolte non tutte riescono a trovare la forza di rialzarsi. A Roma, Pietro toglie la batteria al telefonino e a Milano, dove i due passeranno l’ultima notte, cerca di sfuggire agli sguardi del portiere dell’albergo. Suo malgrado, è un magistrato famoso. Ma lui non vuole essere riconosciuto. Non vuole essere fermato. Poi l’arrivo a Basilea, dove ad attenderli c’è la dottoressa Erika Preisig. Sarà lei a tenergli la mano mentre il veleno farà il suo effetto, subito dopo avergli infilato quell’ago nella vena che spegnerà per sempre il suo dolore. Siamo all’11 aprile 2013.

Sergio Ramazzotti

Poi l’atroce verità, scoperta con l’autopsia richiesta alla magistratura svizzera dalla figlia e dalla moglie del magistrato. “E’ stato uno shock scoprire che Pietro non era malato, mi sono sentito in colpa per non aver intuito, anche se sono per l’autodeterminazione. Sempre”. Racconta oggi Ramazzotti. Che si è deciso a mettere su carta quei due giorni forse per liberarsi da un peso, ma anche per “tenere fede a una promessa fatta: raccontare quel viaggio per sollevare il problema della mancanza di una legge sul suicidio assistito, sull’eutanasia”. Legge che la Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di approvare entro il prossimo settembre.

 

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