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La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio, perché il fatto non sussiste, la condanna a 2 anni e quattro mesi di reclusione per corruzione a Marisa Esposito, moglie dell’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino. La Suprema Corte ha anche concesso lievi sconti di pena per gli altri due imputati, ovvero per Giuseppe Esposito, fratello della donna nonché ex consigliere comunale a Trentola Ducenta, per il quale è stata comminata una pena definitiva di 2 anni e sei mesi (3 anni e due mesi in appello), e per l’agente della Polizia Penitenziaria Umberto Vitale, condannato a 4 anni (4 anni e otto mesi in secondo grado).

 

Marisa Esposito era accusata dalla Dda di Napoli di aver corrotto, con la complicità del fratello, l’agente della Penitenziaria Vitale quando questi prestava servizio al carcere napoletano di Secondigliano; era il periodo in cui vi era ristretto per carcerazione preventiva il marito Nicola Cosentino. Per l’accusa, attraverso la corruzione, Cosentino avrebbe ottenuto l’introduzione in carcere di beni come generi alimentari, vestiti e un Ipod il cui ingresso non era consentito. Lo stesso ex sottosegretario è stato condannato a 4 anni, e la sentenza è stata confermata dalla Cassazione nel settembre scorso.

La soddisfazione al termine di una “enorme sofferenza”

“Siamo soddisfatti della sentenza che ha assolto Marisa Esposito, ma non possiamo non osservare l’enorme sofferenza vissuta per un fatto risultato insussistente”. E’ quanto afferma Agostino De Caro, legale insieme a Stefano Montone di Marisa Esposito e Nicola Cosentino, commentando la sentenza della Cassazione che ieri ha assolto la donna dall’accusa di corruzione perche’ il fatto non sussiste. Quando parla di “enorme sofferenza”, il legale fa riferimento “ai dieci mesi in cui la Esposito non pote’ vedere il marito, ovvero da quando furono eseguite le ordinanze di custodia cautelare (aprile 2015) al momento in cui fu condannata all’esito dell’abbreviato (gennaio 2016). Peraltro la stessa signora Esposito, in seguito all’indagine, fu destinataria della misura coercitiva dell’obbligo di dimora, e ribadisco – conclude De Caro – per un fatto insussistente”.

 

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