di Giancarlo Tommasone

Non sono più quelli romantici fissati da Francesco Rosi nella pellicola cult del 1959, ma qualcosa del film «I magliari» sopravvive a Parigi come nel resto delle capitali europee. La redazione di «Stylo24» è riuscita a mettersi in contatto con uno dei superstiti, un rappresentante di commercio diverso dagli altri, o come semplicemente si definisce, «un magliaro». Uno che vive e lavora a Parigi da vent’anni, vendendo giubbotti e giacche di pelle falsi (che chiama giubbini) spacciandoli per capi griffati al «pollo» di turno.

Alberto Sordi e Renato Salvatori in una scena de "I Magliari" di Francesco Rosi
Alberto Sordi e Renato Salvatori in una scena de “I Magliari” di Francesco Rosi

Spiego al mio interlocutore che sto redigendo un’inchiesta su quelli che una volta venivano chiamati magliari. E chiedo, vista la delicatezza dell’argomento, se gli va di rispondere a qualche domanda sul suo lavoro.

«Ci chiamano ancora così. Ti rispondo, certo, mica faccio il killer? Faccio il magliaro. Però ti pregherei di contattarmi più tardi perché sto portando la macchina e adesso devo vendere i pacchi».

Dopo un paio d’ore è lui stesso a scrivermi. Posso cominciare.

Che cosa si usa oggi per fare i pacchi?

«Giubbini, ma devi comunque partire dal presupposto che questo lavoro è morto così com’è oggi».

Perché è morto?

«Perché prima potevi far credere che il ciuccio volava e adesso non riesci a farlo credere più a nessuno o quasi».

Quindi è diventato difficile, ma in media quanto guadagnate al mese?

«Beh, diciamo che riesci a vivere in una città come Parigi minimo con 3.000, 3.500 euro; almeno lo faccio io, che con questo lavoro sono bruciato mentalmente, ma se viaggi e giri, riesci a guadagnare molto di più».

Bruciato in che senso?

«A una certa età questa cosa non si può più fare, non hai più stimoli».

I giubbini da dove vi arrivano?

«Li prendiamo qui adesso, nei negozi dei cinesi».

Quindi non arriva più niente da Napoli?

«Che io sappia, almeno ultimamente no. Ma quelli di Napoli comprano in Cina ed è praticamente la stessa cosa».

A Parigi c’è, per chi rifornisce i magliari, un clan di riferimento, come lo furono all’epoca quelle organizzazioni criminali che tra l’altro acquistavano fotocamere false in Cina e poi le smistavano ai loro venditori?

«No, i clan non ci sono da una vita a Parigi. E qui non sono stati per molto tempo».

In che periodo c’erano e da quando non agiscono più a Parigi?

«Credo dal ’90 al ’95, roba di cinque anni, non di più. Non abbiamo mai veramente avuto a che fare con i clan, almeno noi magliari».

E quindi tutti i giovani che sono saliti negli ultimi 20 anni e di cui c’è traccia anche nelle informative delle forze dell’ordine, in che modo e da chi venivano arruolati?

«Erano tutti bravi ragazzi che venivano a lavorare qui grazie ai contatti con amici e parenti. Negli anni ’60, ’70, anche ’80 invece era diverso. Salivano i delinquenti che scappavano da Napoli».

Quanti siete oggi a Parigi? Siete tutti napoletani o ci sono anche persone di altre parti d’Italia o addirittura stranieri?

«Pochi rispetto a 20 anni fa. Siamo 15, 20, comprendendo anche i saltuari. Tutti napoletani provenienti da diversi quartieri della città, Secondigliano in testa. Secondo me, una volta finita questa generazione non ce ne sarà un’altra a fare questo a Parigi».

Quanto costa un giubbino e quanto ci si ricava rivendendolo?

«Dipende, 15, 20 euro e se lo rivendi a 50 o a 60 sei andato bene. Ripeto, polli non ce ne sono più e poi pollo ormai è un termine non adatto, perché i giubbini dei cinesi sono pure fatti molto bene, quindi la maggior parte delle volte che li rivendi ti rendi conto che nemmeno lo stai facendo il pacco. E anche questo ti fa perdere gli stimoli per continuare a fare il magliaro».