Le ultime notizie che si conoscevano su di lui erano legate a quel verdetto di colpevolezza in primo grado: secondo la corte è stato Luca Materazzo a uccidere il fratello Vittorio e per questo è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Sono passati 540 giorni da allora e dalla sua cella nel padiglione Firenze all’interno del carcere di Poggioreale, ha accettato di rispondere alle domande della collega Monica Scozzafava, riportate in un articolo del ‘Corriere del Mezzogiorno’.

Si è raccontato, ha scelto di farlo, a cominciare da come trascorre le sue giornate. “Partecipo a diversi corsi e attività che richiedono entusiasmo, dedizione e sacrificio. Sono particolarmente orgoglioso di essere stato coinvolto come volontario in due corsi (“Gestione delle emozioni” e “Condividendo”) organizzati da “La Mansarda” in favore dei detenuti con disagi mentali e relazionali. Sono diventato il punto di riferimento per tanti reclusi, ma contemporaneamente hanno aiutato anche me a sviluppare capacità relazionali”. Quelle che non è mai facile avere in una realtà come quella detentiva. “Essere disponibile 24 ore al giorno ad assistere persone che hanno bisogno anche di un trasferimento al pronto soccorso, ha contribuito a aumentare i livelli di empatia con la comunità carceraria. Poi svolgo una serie di attività che mi tengono impegnato diverse ore a settimana, partecipo a eventi e spettacoli, studio inglese e spagnolo e mi dedico alla lettura di testi giuridici, economici, sociali e scientifici”.

“Ho dovuto combattere la solitudine – continua – soprattutto nel periodo di detenzione a cavallo del processo di primo grado, in cui i colloqui con i miei familiari erano limitati per esigenze di trasparenza processuale. Avevo però l’affetto caloroso, attraverso la corrispondenza, di tanti amici fantastici. Poi qui all’interno dell’istituto c’è davvero tanta umanità, non tutti ne sono consapevoli”. La solitudine come nemico, ma non l’unico. “Mi tormenta che una parte della stampa abbia raccontato il mio passato familiare o le mie vicende processuali in maniera non corrispondente alla realtà”. Si riferisce, per fare un esempio, a quando “Durante un’udienza del processo, il portiere dello stabile dove risiede la mia famiglia ha raccontato, in qualità di teste, dei litigi intercorrenti da anni tra mio fratello e mio padre. Purtroppo il giorno successivo alcune testate giornalistiche riportavano che i litigi erano avvenuti tra me e mio padre”.

 

E sulla scelta di cambiare continuamente avvocati è altrettanto preciso nel dare la sua spiegazione. “Alcuni dei miei difensori rinunciarono ingiustificatamente alla possibilità di ascoltare e far deporre in udienza la consulenza del perito della difesa riguardo l’analisi del dna sui reperti, tra i quali le stesse armi del delitto, addirittura prima che venisse ascoltato il perito di controparte e quindi ancor prima che fosse possibile una qualsiasi valutazione di merito. Numerose vicende di questo tipo sono state le concause dell’interruzione del rapporto di fiducia con diversi difensori”.

Chi invece gli resta vicino è la sua famiglia. “Mi trasmette calore, affetto e forza. Durante il giudizio di primo grado i contatti con una parte della mia famiglia erano limitati per esigenze di trasparenza processuale. Di recente le mie sorelle e i cognati, già presenti nelle udienze e calorosi nei miei confronti, sono finalmente venuti a trovarmi, donandomi lunghi abbracci e parole di incoraggiamento. Anche i miei nipoti, che per ora mi scrivono, hanno promesso che verranno presto a trovarmi”.

Lì dove si trova adesso e dove definisce “ottimo” il rapporto con la comunità carceraria. “Da parte mia sono sempre disponibile a scrivere lettere e poesie per le loro famiglie. Do loro un supporto giuridico per aiutarli a comprendere al meglio la loro posizione, per inviare istanze alla magistratura. E trascorro tempo a spiegare le principali norme del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario. Ricevo da loro incoraggiamento e manifestazioni sincere di affetto e di amicizia”.