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di Francesco Monaco.

L’ultima vita è quella che dovrà passare in carcere, secondo la sentenza che nella giornata di ieri ha condannato Luca Materazzo all’ergastolo. Riconosciuto colpevole dell’omicidio del fratello Vittorio, avvenuto il 28 novembre 2016 con più di 50 coltellate in viale Maria Cristina di Savoia. E a infliggergliele è stato proprio lui. Con un delitto che ha colpito in quello che viene definito come il salotto buono della città di Napoli. Lontano dalle prime pagine della cronaca nera e dai morti ammazzati spesso riconducibili alla parte più scura del capoluogo campano. Macchiata e marchiata da un velo di sangue che quella sera avvolse quella via e la famiglia Materazzo. Già colpita dalla morte del padre Lucio, a seguito della quale, come raccontato dai testimoni durante il processo, i rapporti tra i due fratelli si fecero sempre più tesi. E proprio in virtù di ciò i primi sospetti concreti cadono proprio su Luca.

Che, dal 10 dicembre 2016 farà perdere le sue tracce. Spostatosi con un bus verso Genova, passando per Firenze e Livorno, prima della fuga all’estero. Verso la Spagna, lì dove comincia una nuova vita, o almeno ci prova. Quella di cameriere. Si fa, però, chiamare sempre Luca. Come se non volesse staccarsi del tutto dal suo passato. Che lo continua a rincorrere, a cercare. Fino a trovarlo oltre un anno dopo a Siviglia. Dove aveva preso una casa in affitto con uno studente del posto. Resta molto schivo, riservato, non fa domande. E forse proprio questo suo modo di essere attira l’attenzione di qualcuno, che decide di fare una segnalazione.

 

Quando la polizia di frontiera lo trova, non oppone resistenza, non cerca la fuga. Non nega di essere chi è: “Sì, sono io, Luca Materazzo”. Gli agenti gli trovano due schede telefoniche spagnole non intestate a lui. Aveva anche almeno un profilo Facebook falso.

La vita da imputato di Luca è contraddistinta da un rapporto che definire burrascoso con i suoi avvocati è usare un eufemismo. Ne cambierà 15 e continue saranno le richieste di rinvio. L’ennesima proprio ieri, da parte del suo ultimo legale. Negata dal giudice, che, nel giorno del suo 38esimo compleanno ha letto la sentenza di condanna all’ergastolo. Una vita da trascorrere in un carcere. Lì dove ha passato i mesi dalla sua estradizione in Italia, mostrando un ulteriore volto. Una ulteriore vita. Quella del detenuto modello. Capace di aiutare gli altri compagni del padiglione Firenze del carcere di Poggioreale a scrivere lettere. Assiste i più deboli sia dal punto di vista fisico, che utilizzando la sua formazione giuridica. E questo, mentre in aula, quando decide di presentarsi, attacca tutti. Dalla stampa alla famiglia. Quella che lo dipinge come una persona piena di rabbia, che non ha esitato in altre occasioni a tirar fuori.

Il tutto mentre la Polizia Scientifica ha trovato tracce di Dna sia di Vittorio che dello stesso Luca su molti reperti, tra cui il casco di cui l’imputato aveva denunciato il furto e, un coltello da sub, ritenuto una delle due armi usate per il delitto. Entrambi trovati in alcune buste in un vicolo vicino al luogo del delitto.

Un mese fa, in uno degli ultimi atti, il rigetto, da parte del presidente della III Corte d’Assise, della richiesta di perizia psichiatrica, presentata dalla difesa. La risposta di Luca è il silenzio: si avvale della facoltà di non essere interrogato. Prende tempo, “abusa delle garanzie difensive”, dirà il pm. Ma non basta. La sentenza di condanna all’ergastolo gli consegna l’ultima vita a sua disposizione. Quella da trascorrere in carcere, nonostante il suo continuo professarsi innocente. Alla ricerca di una nuova, ennesima, vita.

 

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