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di Giancarlo Tommasone

«Sacco» della Biblioteca dei Girolamini di Napoli, tra carcere e domiciliari, Marino Massimo De Caro (ex direttore del complesso), arrestato nel 2012, ha scontato un lungo periodo di detenzione (terminata in anticipo per buona condotta); sabato scorso ha finito di pagare il suo debito con la giustizia. Stylo24 ha ascoltato il 46enne originario di Orvieto e pubblica in esclusiva, la sua prima intervista, da quando è tornato in libertà.

Come ha vissuto durante questo periodo di reclusione?

«Partiamo dalla detenzione a Poggioreale, dove ho trascorso sei mesi. Dopodiché sono stato trasferito a Rebibbia, dove durante il periodo di custodia cautelare, ho vissuto per otto mesi, senza ragione, in una cella punitiva di isolamento. Praticamente ero al 41 bis. Anche perché l’ora d’aria la trascorrevo in quella che veniva detta la ‘gabbia delle galline’, un cubo di cemento con una grata sopra e una grata che fungeva da porta di ingresso. Non potevo vedere né parlare con nessuno».

Come veniva giustificato tale tipo di detenzione?
«Mi era stato detto che non c’era posto in carcere. Nel frattempo però ho vissuto in tali condizioni per otto mesi, mentre il massimo di permanenza in celle di punizione, consentito dalla legge, è di due settimane. Tra l’altro i colloqui con mio padre si svolgevano attraverso un vetro di separazione. Quindi nei fatti ero al carcere duro».

E poi cosa è successo?
«A maggio del 2013 c’è stata, a Rebibbia, la visita di un gruppo di parlamentari; la delegazione che mi ha trovato in quelle condizioni, è andata a protestare con il direttore del carcere. E guarda caso, il giorno dopo sono stato trasferito nella sezione insieme agli altri detenuti».

Quanti anni ha passato in carcere? Come era il rapporto con gli altri reclusi?
«In totale, ho trascorso in carcere, due anni. Posso dire che l’esperienza vissuta a Poggioreale è stata incredibile. E’ lì che ho scoperto la vera umanità. Nella tragedia del momento, ho trovato persone che non mi conoscevano e che mi hanno accolto, sono state gentilissime e mi hanno trattato come un fratello. Tant’è che con alcuni detenuti continuo ad essere in corrispondenza. La vera solidarietà, ribadisco, l’ho conosciuta nel carcere di Poggioreale, è lì che ho avuto il cosiddetto ‘aiuto nel momento del bisogno’, che è poi quello necessario per andare avanti nei momenti più difficili della vita».

In carcere le venivano chiesti consigli su libri da leggere? Se sì, quali volumi ha indicato ai suoi compagni?
«Sì c’erano tantissime persone che mi chiedevano consigli sulla lettura. Molti detenuti non avevano mai aperto un libro. Mi ricordo di aver consigliato ‘La fattoria degli animali’ di George Orwell, e ‘Le favole al telefono’ di Gianni Rodari».

Parliamo del periodo trascorso ai domiciliari.
«Sono stato trasferito ai domiciliari per motivi di salute; comunque si vive una specie di paradosso. In pratica ti sembra di essere libero rispetto al carcere, ma non è così. Capita, come è successo nel mio caso, che ci sono prescrizioni tali che rischi di non poter partecipare nemmeno alle esequie di un tuo congiunto. Io ho rischiato di non poter andare al funerale di mio padre perché non mi si voleva autorizzare, e quando finalmente, mi è stato dato il via libera, ho avuto i minuti contati. Sono dovuto andare via prima che mio padre venisse seppellito, altrimenti avrei sforato con le ore di permesso concessemi».

Cosa farà adesso, ha già dei progetti?
«Quella di Poggioreale è stata una esperienza che mi ha completamente arricchito e dunque, ho deciso di ripartire dal carcere. Nella mia seconda vita vorrei essere impegnato con dei progetti di volontariato rivolti ai detenuti, proprio attraverso dei laboratori di lettura. Io non voglio dimenticare la mia esperienza di recluso, è l’impegno che ho preso con me stesso e con gli ‘ultimi’ che ho conosciuto in carcere».

Come vede oggi la situazione dei Girolamini?
«Noto le stesse cose, le stesse dinamiche che hanno portato alla scelta che ho fatto io di prendere dei volumi e venderli, per salvare il complesso. Con la mia vicenda tutti hanno detto che i Girolamini erano importanti, erano al centro dell’attenzione, però fino al giorno prima che emergesse il mio caso, della biblioteca non interessava a nessuno. E oggi vedo lo stesso disinteresse che c’era prima che l’attenzione fosse focalizzata attorno alla mia vicenda. Tutti, o quasi tutti, parlano dei Girolamini, ma poi nessuno ci mette l’interesse e l’impegno necessari per far trovare pace al complesso. Naturalmente trovare pace non significa ricavare nella struttura, una caffetteria, un bar o un ristorante. Come pure, mi sembra si evinca dal progetto della Sovrintendenza».

 

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