di Giancarlo Tommasone

Ex capo della Mobile di Napoli ed ex questore di Ascoli, Giuseppe Fiore si è trovato come ufficiale di polizia giudiziaria a svolgere una operazione sotto copertura. Il ruolo dell’infiltrato nei giorni scorsi è diventato di grande attualità, in virtù dell’inchiesta giornalistica svolta da Fanpage.it. La redazione di Stylo24 ha contattato Fiore chiedendogli un parere tecnico sulle modalità con le quali suddetta indagine giornalistica è stata condotta.

Come ritiene sia stata portata avanti l’inchiesta di Fanpage.it?
A dire il vero nessuno di noi sa nello specifico come sia stata condotta dall’inizio. Certo è che, a mio parere, se una testata giornalistica manda un ‘agente’ presso alcuni soggetti, ‘provocandoli’ quasi a commettere un reato, può essere qualcosa di anomalo e pericoloso.

Perché pericoloso?
Guardi, mi rivolgo ad altre operazioni giornalistiche, come è ad esempio rappresentato dal caso di Brumotti (inviato di Striscia la notizia, ndr). Chi sta effettuando il servizio, anche se si espone in primo piano e ha il ruolo di ‘agente’, comunque va ad evidenziare una realtà esistente. Una realtà per cui c’è già un reato in atto e acclarato in precedenza. Diverso è il caso che si immetta un provocatore in una realtà in cui il reato non è stato ancora compiuto, non esiste e si vada quasi ad istigare. 

E i metodi con i quali è stata affrontata l’indagine giornalistica sulla Sma Campania?
Non mi piace la metodologia. L’intento è positivo, ma qui non si tratta di svelare qualcosa che è nascosto, un reato che viene portato avanti e di cui si ha notizia. E’ qualcosa di molto più complicato. Da quanto mi è sembrato di comprendere, nel caso dell’inchiesta di Fanpage.it, ci sono persone dalle quali si va, si fanno delle offerte, e si provocano affinché il reato nasca. Magari dall’altra parte c’è chi non avrebbe mai pensato di farsi coinvolgere in un’attività del genere, però se ne dà l’occasione. Tutto naturalmente, sia la dinamica dell’inchiesta giornalistica, sia le presunte responsabilità degli indagati, sarà vagliato dagli inquirenti.

Che contraccolpo si può registrare, psicologicamente, in chi è stato raggiunto da un avviso di garanzia o collegato a un caso così mediatico, come è, ad esempio, quello della Sma?
L’avviso di garanzia è un istituto di tutela nei confronti dell’indagato, non dimentichiamolo mai. Vero è che è, nella concezione di massa è stata quasi sovvertita la sua natura. Nel senso che, se una persona è indagata o coinvolta in un qualsiasi tipo di inchiesta e di ciò si dà diffusione mediatica, diventa – lo ribadisco, nella concezione di massa – quasi già colpevole. Naturalmente è una mia opinione, come pure, c’è un tipo diverso di reazione psicologica da parte dei destinatari dell’informazione di garanzia. Più sei una persona, per farci comprendere meglio, diremo ‘buona’, lontana da certe dinamiche, più ci sarà sofferenza. Più sei avvezzo, perché magari in passato sei stato raggiunto da altri avvisi, minore sarà il contraccolpo. Figurarsi poi quando ci si trova così esposti mediaticamente, come nel caso dell’inchiesta sulla Sma.

Ci racconta di quando effettuò una operazione sotto copertura?
E’ stata l’unica operazione che ho svolto da ‘infiltrato’. Vestii i panni di un compratore di reperti archeologici per conto di facoltosi clienti e mi inserii in una banda di tombaroli. L’inchiesta fu principiata da me. C’è però da dire che la svolgeva un ufficiale di polizia giudiziaria, eravamo stati notiziati circa l’ipotesi di un illecito commesso da una banda e non abbiamo agito da provocatori per la consumazione dell’illecito stesso.

Come andò l’operazione?
Molto bene, assicurammo alla giustizia i responsabili e recuperammo molti reperti di grandissimo valore storico.