di Giancarlo Tommasone

 

Una volta esisteva radio carcere, il mezzo attraverso il quale le voci del penitenziario venivano tradotte all’esterno per informare parenti e amici. Voci, che fatte circolare ad hoc, servivano alle organizzazioni criminali anche per dettare agli affiliati la linea da seguire. Molte volte erano intercettate dalle forze dell’ordine, che in tal modo, potevano costantemente  tastare il polso della situazione. I tempi sono cambiati, adesso c’è Facebook e le ambasciate si chiamano post.

Ci imbattiamo in un profilo che diffonde informazioni sulle famiglie in lotta alla Sanità. Da quel che pubblica il titolare della pagina, si evince sia imparentato con una noto nucleo del rione, lo stesso che da mesi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, si starebbe contrapponendo ad un altro gruppo di malavitosi. Sulla bacheca emersa dall’universo social, allora, appaiono foto di morti di camorra, arrestati, presunti infami e informatori delle guardie. Con nomi e cognomi, grado di parentela e stato. Che si traduce con: in galera o in libertà.

E la discussione si anima, perché a rispondere al nostro, sono quelli della famiglia opposta. L’utente di Fb afferma, ad esempio,  che «per un – e specifica il nucleo di appartenenza del protagonista del suo messaggio, che noi, naturalmente, cassiamo –… il carcere è un problema perché si prendono tante botte, ma tante dai veri guappi». Le rispondono due appartenenti alla famiglia opposta: senza offesa, a loro e a tutti quanti abbiamo sempre messo le p… in bocca dentro e fuori (dal carcere, nda)… sonk ‘o cazz’ nuost’; perché non parli del tuo amico? In 3 mesi le ha prese 5 volte, ma da noi no, da gente estranea.

E così via, attraverso una conversazione piuttosto colorita. Sulla bacheca si può trovare di tutto, dall’offesa agli auguri ferali: molto presto questo cognome non esisterà più, pure dal carcere li prendete (la frase starebbe ad indicare l’arruolamento del clan)… è finita…  fine pure le spie fine. Il titolare del profilo si rivolge a un nemico recluso scrivendo: è inutile che piangi, che in carcere stai subendo. Lo sapevi con chi stavate, ci pensavi prima. Un sodale del carcerato schernito, tiene a precisare: sta da dio in carcere. Noi in galera, voi tutti ai domiciliari perché siete infami dichiarati. Noi stiamo in carcere perché siamo uomini e non ominicchi né quaquaraquà.

Il nostro continua a stuzzicare: voi avete le case con le ruote (traduciamo: siete zingari) e scendete solo se in strada ci sono le guardie a proteggervi. Gli viene risposto che si tratta di invidia e gelosia, perché non abbiamo voluto accettarti tra noi. Diglielo all’amico tuo, che può vedere solo il panorama (tradotto significa che non può scendere di casa perché ai domiciliari o nel mirino dei nemici); lui è un infame dichiarato: lo dicono i giornali, lo dicono le carte, lo dice un suo amico che si è cantato (omissis)… perciò siete rimasti solo voi per il cimitero delle Fontanelle.