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“Verso le 19.20 il gruppo di tifosi interisti a piedi invadeva la carreggiata di via Novara (nei pressi dello stadio) circondava improvvisamente le auto e i furgoni con a bordo gli ultras del Napoli diretti allo stadio, con un fitto lancio di torce fumogeni e petardi e colpivano con bastoni e mazze le vetture. I tifosi del Napoli arrestavano i mezzi scendevano dagli stessi e armati di aste e cinture e aggredivano a loro volta i tifosi dell’Inter, intrattenevano con loro un combattimento”.

Daniele Belardinelli

E’ nel corso di questi incidenti, descritti nella richiesta di convalida dell’arresto per rissa e altri reati per i primi tre tifosi interisti finiti in manette in seguito agli scontri avvenuti prima della sfida tra Inter e Napoli dello scorso 26 dicembre, che ha perso la vita Daniele Belardinelli. Il 39enne capo ultrà del Varese investito da un’auto che gli inquirenti stanno ancora cercando. Ma è, forse, uno degli ultimi pezzi di un puzzle il cui contorno è molto chiaro. Anche grazie alla testimonianza di Luca Da Ros, 21enne tifoso nerazzurro cui sono stati concessi i domiciliari su decisione del gip Guido Salvini dopo il lungo interrogatorio davanti ai pm.

 

L’ultrà interista ha fornito ai magistrati “numerosi dettagli utili” sulle “modalità dell’attacco” e per “risalire ai responsabili dell’omicidio di Belardinelli”, “nonostante le minacce ricevute presso la sua abitazione e apparse sui numerosi social network”. Lo scrive il gip Salvini spiegando che Da Ros ha anche svelato la “identità di numerose persone coinvolte” malgrado la “pressione” e la “omertà” della curva. Da Ros “su un album fotografico di 34 persone” mostratogli dai pm “ne ha riconosciuti 7-8” di ultras della curva, “alcuni dei quali hanno partecipato” all’assalto.

Un assalto, un combattimento, come viene descritto, che, però, ha trovato un unico momento di pausa. Scena verrebbe da dire mitologica. Sì perché, proprio lo stesso Da Ros ha riportato come lo scontro si sia fermato solo quando i napoletani si sono fatti largo con il corpo di Belardinelli. “Aveva i pantaloni abbassati e strappati. C’era sangue dappertutto. Tutti dicevano basta, da una parte e dall’altra. Solo allora gli scontri si sono fermati”. Perché il codice ultras va oltre il colore che si sta rappresentando, per cui si sta combattendo. Si è tutti soldati. E, in quel momento, uno di loro non c’era più. Era caduto sul campo di battaglia. Fa strano a identificare queste parole e quella scena con una partita di calcio. Ma la si può rapportare allo scontro tra Ettore e Achille nella guerra narrata da Omero tra Achei e Troiani nell’Iliade. Quando il vincitore restituisce il corpo dello sconfitto. Anche quello è l’unico momento in cui le due parti si guardano negli occhi. Ritrovano un po’ di umanità.

 

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