Il raid avvenuto la notte tra giovedì e venerdì scorso all’ospedale Pellegrini di Napoli non è di certo l’unico all’interno di un nosocomio. La storia della camorra ha già presentato altri episodi che hanno trasformato il luogo in cui per eccellenza si va per curarsi e sentirsi, in teoria, più tranquilli, in un teatro di sangue. Come riporta Gigi Di Fiore in un articolo del ‘Mattino’, tra i precedenti troviamo un agguato di ben 40 anni fa, avvenuto all’ospedale Cardarelli di Napoli. Quando, il 5 novembre, tre killer entrarono nel reparto di neurochirurgia uccidendo Gelsomina Martini, 57enne che con la camorra non c’entrava nulla, ma si trovava solo al posto sbagliato nel momento sbagliato. Quello in cui gli emissari di sangue avevano messo nel mirino il detenuto Federico D’Agostino. E, invece, uccisero la donna e ferirono due agenti in servizio come piantoni.

Cardarelli che il 16 aprile del 1988 vide un altro agguato, questa volta andato “a buon fine”. A perdere la vita è il pregiudicato 29enne Mario Lauria e con lui la giovane moglie Maria Pescane, soli 21 anni. La missione di morte per punire uno “sgarro” interno nell’ambito della scena criminale dominata dai clan, imparentati, Giuliano e Stolder. Gruppo, quest’ultimo, al quale era affiliato. I due killer entrano nel nosocomio travestiti da infermieri e vanno dritti nel reparto di ortopedia, dove Lauria è ricoverato. Entrano e in pochi attimi, davanti al terrore generale degli altri sei ricoverati, fanno fuoco su entrambi. Uscendo anche grazie al panico creatosi, che rese vani i posti di blocco organizzati.

 

Nel 1986, due anni prima, a Roma, nella clinica “Villa Margherita”, a perdere la vita è Nicola Nuzzo, prima nella Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e poi passato nelle fila della Nuova famiglia. Con un rene solo, ha bisogno di accertamenti per problemi cardiaci e renali, che lo costringono a un trasferimento dal carcere capitolino di Rebibbia all’ospedale. I killer lo sanno e si fanno trovare pronti. A nulla serve il fatto che Nuzzo si trovi in una stanza da solo, con tanto di salottino e bagno. Anzi, paradossalmente, fa gioco ai suoi esecutori. Che entrano, la mattina del 6 settembre di quell’anno, in clinica vestiti in maniera normalissima, con in mano un vassoio di dolci. All’interno del quale, però, c’è anche un martello. L’infermiera lo troverà immerso in un lago di sangue con il cranio sfondato. Ancora vivo, ma in condizioni disperate. Morirà il 24 settembre.