di Giancarlo Tommasone

Nella giornata di ieri sono stati convalidati i fermi degli indagati per la sparatoria del 3 maggio scorso, in Piazza Nazionale, a Napoli. Si tratta dei fratelli Armando e Antonio Del Re, residenti della zona della Case Nuove e accusati di tentato omicidio e associazione mafiosa. Il primo, 28 anni, ritenuto l’esecutore materiale dell’agguato al 31enne Salvatore Nurcaro (e del relativo ferimento di quest’ultimo, della piccola Noemi, e della nonna della bimba), è stato arrestato a Siena. Il secondo, 18enne, che – secondo gli inquirenti – avrebbe fornito appoggio al fratello nell’organizzazione dell’azione delittuosa e nella successiva fuga, è stato bloccato a Marigliano. I fermi sono stati eseguiti lo scorso 10 maggio. Nelle prossime settimane gli incartamenti che riguardano i due indagati saranno inviati al Tribunale di Napoli, competente per territorialità.

Stylo24 ha raggiunto telefonicamente l’avvocato di Armando Del Re, Claudio Davino. «Il mio assistito – spiega il legale – ha respinto ogni addebito, si è detto sorpreso ed è apparso visibilmente prostrato di fronte al trattamento che, ha ribadito più volte, sta subendo dai media. “Non sono io quello che cercano, ma i giornali mi stanno massacrando”, ha detto». «Volevo inoltre sottolineare – continua Davino – che agli atti non viene identificata la persona che avrebbe fornito le cifre parziali della targa del ciclomotore (un Benelli giallo, ndr) utilizzato per il raid, e ciò mi lascia alquanto perplesso. Si parla soltanto di un agente che avrebbe appreso dette cifre (5 numeri, ndr) da un generico testimone (si parla di una donna, ndr) che avrebbe visto giungere lo scooter sul luogo dell’agguato, ma non c’è traccia di alcun dato personale che identifichi detto testimone».

Si indaga alla ricerca del movente della sparatoria

Nel frattempo continuano le indagini per risalire al movente dell’azione delittuosa. Del resto c’è da sottolineare, che nel corso della conferenza stampa avvenuta in seguito agli arresti, lo scorso venerdì, il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, aveva sottolineato come l’agguato fosse maturato in «pieno contesto camorristico». Bisogna pure dire che la famiglia dei due indagati, è legata al clan Di Lauro. Il padre di Armando e di Antonio, è il 50enne Vincenzo Del Re, attualmente detenuto presso il carcere di San Gimignano (in provincia di Siena); il 28enne si stava recando a far visita al genitore, insieme alla mamma e alla sorella, quando è stato fermato.

Del Re senior (arrestato a febbraio del 2011) è considerato elemento di spessore nel racket degli stupefacenti, in virtù della gestione avvenuta per molto tempo, per conto dell’organizzazione di Cupa dell’Arco, della assai remunerativa piazza di spaccio di Via Danubio a Melito. Diversi collaboratori di giustizia (tra cui Maurizio Prestieri che intercede per un incontro tra il 50enne e Ciruzzo ’o milionario) fanno il nome di ’a pacchiana, come è conosciuto nell’ambiente malavitoso, Vincenzo Del Re. Ma ne parlano, intercettati, anche affiliati dei gruppi di Scampia e Secondigliano, prima, durante e dopo la faida scoppiata nel 2004.

 

Il 22 febbraio 2005, e quindi in piena guerra tra Di Lauro e Scissionisti, è scritto nell’informativa dei carabinieri di Castello di Cisterna, ‘The Shield’, redatta a settembre del 2005, «veniva intercettato nel carcere di Poggioreale il colloquio tra il detenuto Amato Francesco, la moglie Cortese Assunta ed il cognato Napoletano Eduardo che risulta tra i promotori dell’attuale organizzazione criminale delle Palazzine di Via Cupa Sant’Antimo dedita al traffico di droga (parliamo del 2005, ndr). Nel corso della conversazione si capisce chiaramente che Napoletano comunica al cognato i cambiamenti criminali, che stanno avvenendo nella zona melitese, in seguito alla cruenta guerra di camorra tra i Di lauro e gli Scissionisti, che ha come obbiettivo ultimo quello di conquistare il pieno controllo di tutte le piazze di spaccio di droga, tra le quali la piazza di Via Cupa Sant’Antimo».

Amato, annotano i carabinieri, dice al cognato di fare molta attenzione, in quanto in quel momento storico «si rischia anche la vita». Nel corso della conversazione, Napoletano fa chiaramente comprendere che nelle attività di traffico di droga risultano coinvolti, in seno al clan Di Lauro, anche Vincenzo Del Re, detto ’a pacchiana. «Amato Francesco riferisce al cognato Napoletano Eduardo che tutte le decisioni che vorrà intraprendere, in particolar modo la scelta con quale dei due gruppi criminali schierarsi per ottenere la gestione della piazza di spaccio, dovranno essere comunicate a lui in carcere, ed in questo caso sarà lui a decidere, facendo ben intendere, che nonostante la detenzione, questi riesca ancora gestire le attività criminali della sua famiglia», è scritto nell’informativa.

La lotta dei prezzi al ribasso della droga

La piazza gestita da Vincenzo Del Re confina con quella in cui lavora Pietro Esposito. Quest’ultimo, nel corso di una conversazione intercettata il 12 giugno 2005 (all’interno della sua autovettura), fa emergere la circostanza relativa alla «lotta dei prezzi» al ribasso che si combatte tra le due piazze di Via Danubio a Melito. «Nel corso della conversazione, Pietro Esposito – è riportato nell’informativa ‘The Shield’ – conversa con la moglie; quest’ultima chiede al marito quale tipo di droga stanno spacciando sulla piazza, questi risponde che viene spacciata marijuana, hashish, eroina, cocaina, crack, kobret elencando anche i prezzi per ogni dose. Pietro Esposito aggiunge che per cercare di accattivarsi la clientela stanno vendendo le dosi di hashish ad un prezzo di 5 euro, mentre normalmente queste si vendono a 10 euro, e che tale politica è stata adottata in quanto nello stesso rione vi è un’altra piazza di spaccio (facente capo a Del Re Vincenzo, sempre affiliato ai Di Lauro)».