A sinistra Cosimo Di Lauro, a destra Raffaele Amato

LA STORIA DELLA CAMORRA Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia: ’o Lello escluso dai summit. Le cause che innescarono la Scissione

Alla fine degli anni Novanta, il padrino di Secondigliano, Paolo Di Lauro, alias Ciruzzo ’o milionario, attuò il progetto di svecchiamento del clan; a tale scopo, aveva chiesto ai leader dei sottogruppi, di farsi affiancare da nuove leve, che avrebbero poi preso posti di comando all’interno dell’organizzazione criminale. Tale idea, secondo quanto ha dichiarato più di un collaboratore di giustizia, non fu condivisa da tutti i capi delle diverse fazioni che agivano sotto le insegne della cosca di Cupa dell’Arco, e rappresentò una delle cause scatenanti della Scissione che scaturì poi nella prima faida di Scampia e Secondigliano, quella del 2004.

Di Lauro, impegnato nel portare avanti la propria latitanza (fu catturato a settembre del 2005) accelerò rispetto al suo progetto, e pose alla guida del clan, il figlio Cosimo. Relativamente alla circostanza, ha reso dichiarazioni anche Maurizio Prestieri, per anni alla guida dell’omonimo gruppo malavitoso, e poi passato a collaborare con lo Stato. Prestieri parla degli errori strategici e organizzativi, che a suo parere, avrebbe commesso Paolo Di Lauro, errori che poi saranno pagati a caro prezzo sotto l’aspetto della tenuta del clan.

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L’intercettazione: «Prepariamo un attentato
per uccidere Paolo Di Lauro e suo figlio Cosimo»

«Ciruzzo – afferma Prestieri – non aveva considerato il carattere del figlio Cosimo. Quest’ultimo, infatti, per quanto ho potuto constatare, mentre continuava a trattare me con il rispetto dovuto a un capo, altrettanto non faceva, con Raffaele Amato. Infatti anche in mia presenza, Cosimo lo ha trattato da vero subalterno e in malo modo, anche non facendolo presenziare ai nostri colloqui». «Fui colpito da tale atteggiamento – continua il collaboratore di giustizia – perché Amato si era reso disponibile a fare per Cosimo le stesse cose che faceva per il padre (Paolo, ndr), ossia gestire la droga, o commettere omicidi, ma non veniva più trattato come invece faceva con lui, Paolo Di Lauro».

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offrì un miliardo per farmi accusare gli altri camorristi»

E poi una precisazione da parte di Prestieri: «Amato aveva contribuito a rendere il clan Di Lauro così forte, avendo, come ho già avuto occasione di dire nel corso di precedenti interrogatori, sia partecipato a diverse faide, che avevano accresciuto il potere di Paolo Di Lauro, sia occupandosi» del core business della cosca di Cupa dell’Arco, vale a dire il traffico di droga. «L’affare della droga consentiva a Paolo Di Lauro di essere forse, il camorrista più ricco di Napoli. A discolpa di Cosimo, se così posso dire, vi era l’assoluta inesperienza criminale; egli infatti non aveva fatto alcun tipo di gavetta ed era diventato subito un capo senza avere la necessaria esperienza», fa mettere a verbale Prestieri.

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