Luigi Giuliano, uno degli inventori del lotto clandestino

LA STORIA DELLA CAMORRA Le dichiarazioni di Guglielmo, fratello dell’ex padrino di Forcella Luigi

Entrate da capogiro, durante gli anni d’oro per la malavita di Forcella, quando nel rione ad avere il controllo delle attività illecite era il clan Giuliano. Uno dei fratelli della cosca aderente alla Nuova famiglia, GuglielmoGiuliano, passato a collaborare con la giustizia, spiega al pm che lo interroga come nacque il giro di lotto e toto nero. E rendiconta sull’entità degli introiti del business fuorilegge. «Fino al 1995, il toto nero e il lotto clandestino – racconta il pentito – hanno garantito, complessivamente, alle principali famiglie camorristiche di Napoli, guadagni fino a 4 miliardi alla settimana. Poi il cartello di clan che gestiva il mercato si è sciolto e i guadagni del lotto sono calati a non più di trenta milioni a settimana per famiglia».

Nel 1995 l’estrazione che sbancò la camorra

Guglielmo Giuliano, fratello di Luigi, anche detto Lovigino, per anni padrino incontrastato della camorra napoletana (e poi anche lui passato a collaborare con la giustizia), tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000, fa mettere a verbale: «Nel 1995 le estrazioni del lotto fecero uscire numeri non pescati da tantissimo tempo, le famiglie vennero sbancate e da lì fu abbandonata la strada dell’accordo unitario». Da quel momento, racconta il pentito, i margini di guadagno si sono «notevolmente ridotti». «Mio fratello Salvatore, e poi io, ci siamo occupati negli ultimi tempi di questo settore e a Forcella guadagnavamo non più di 30 milioni a settimana. Prima del crollo, l’incasso era di 2 miliardi a settimana e il guadagno netto, pari a circa il 50 per cento, andava diviso in quota, tra quattro famiglie». Guglielmo Giuliano rivendica, per la sua famiglia, l’invenzione del lotto clandestino: «Il gioco è stato inventato negli anni Ottanta da Luigino (sui fratello maggiore, ndr) e da Giuseppe Avagliano».

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Il progetto / Luigi Giuliano: volevamo
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«L’accordo storico fu chiuso con i clan di Secondigliano, con i quali si dividevano i proventi, a metà», dice ancora il collaboratore di giustizia. Stando alle dichiarazioni del pentito, intorno alle metà degli anni Ottanta, avrebbe aderito all’attività del lotto clandestino anche il gruppo dei Mariano dei Quartieri Spagnoli, «al quale proponemmo di partecipare con una quota del 30% per indurlo a lasciare l’alleanza con Raffaele Cutolo». Una quota minore (il 10%) avrebbe, invece, avuto la famiglia Mazzarella (imparentata con il boss Michele Zaza). «L’attività del totocalcio clandestino – aggiunge il pentito, nei verbali di interrogatorio – è nata più o meno negli stessi anni e anche questa è sempre stata organizzata da Forcella».

L’organizzazione del toto nero

Per quanto riguarda il toto nero, non c’erano cartelli, sottolinea Giuliano, «ciascuna famiglia organizzava le cose da sola e non vi era divisione dei proventi, ma le quote legate alla singola partita, ossia le percentuali che un giocatore avrebbe vinto, erano unificate in tutto il territorio cittadino». A rendere allineate, vale a dire omogenee, le quote, ci avrebbe pensato, secondo Guglielmo Giuliano, l’allora boss di Miano, Salvatore Lo Russo (in seguito, anche lui passato a collaborare con lo Stato), che poi le avrebbe inviate agli altri capiclan per l’approvazione. «I guadagni del totocalcio – fa mettere a verbale, Giuliano – sono stati anche maggiori dei 2 miliardi a settimana che rendeva il gioco del lotto nero. Avevamo (l’organizzazione aveva, ndr) una credibilità così elevata, che a volte dovevamo dirottare gli scommettitori che si rivolgevano a noi, verso altre zone di Napoli».

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