Gianpiero Falco

di Gianpiero Falco.

Gentile direttore, ormai dopo le nostre facili previsioni su quello che sarebbe accaduto in costanza della attuale situazione straordinaria di Pandemia, lei mi deve concedere queste ulteriori riflessioni, che già avevamo prospettato all’interno del suo giornale, ma che oggi il problema coronavirus ha consolidato. Riflettendoci bene, abbiamo parlato in questo periodo di collaborazione di tutto quello che non funziona e che si è sintetizzato nella gestione attuale della Pandemia.

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Ebbene, la prima cosa che ci viene in mente è la critica fatta alla frammentazione Istituzionale operata nel 2001, per ossequiare l’allora astro nascente della politica, Umberto Bossi, con la modifica del titolo V della Costituzione. La delegazione di alcuni poteri in vari settori tra cui quello della sanità, quello ambientale, dell’energia alle Regioni, ha provocato un sempre crescente conflitto di competenze, il cui apice si è raggiunto con le battaglie a suon di decreti per il contrasto della odierna pandemia, per l’appunto. Oggi non si sa di chi sia la responsabilità, per esempio, di chi e perché non abbia chiuso Alzano Lombarda, in zona rossa come fatto con Codogno. E credo che forse mai lo sapremo. Una frammentazione che frantuma il processo decisorio e soprattutto quello dell’accertamento delle proprie responsabilità.

Oltre a ciò, gentile direttore, avevamo paventato della impossibilità di delegare, oltre a tali azioni, anche la gestioni degli investimenti pubblici agli enti pubblici territoriali del nostro Mezzogiorno. E questo per l’inadeguatezza delle competenze all’interno di tali Enti e soprattutto per la presenza delle organizzazioni malavitose che approfittano proprio di queste mancanze per infiltrarsi all’interno di questi investimenti. Ad oggi, i risultati folli organizzativi in Lombardia sotto gli occhi di tutti e l’ormai cronica indigenza del Meridione rispetto al resto del Paese sono la prova del nove di ciò che avevamo prospettato, e cioè una unica stazione di comando e responsabilità chiara da individuare. Ma le giravolte della Politica molto spesso non vengono notate e le sigle rappresentanti le ideologie di una volta sono stravolte e questo non sappiamo se è noto ai signori della politica.

Ebbene, la ricerca del benessere sempre maggiore per i lavoratori, supportata dalla ideologia clerico-comunista, ha fatto sì che si incrementasse in maniera esponenziale il costo del lavoro senza che aumentasse di pari passo la produttività. Senza pensare che lo spingere troppo verso l’alto il costo del lavoro avrebbe causato nel settore privato la sostituzione del fattore produttivo lavoro e quindi una diminuzione di peso contrattuale del fattore lavoro medio basso, mentre invece il fattore lavoro ha mantenuto nel settore pubblico la sua rigidità economica, generando la figura del dirigente pubblico che se di grado apicale assume una monetizzazione a volte spropositata per quello che lo stesso produce. Ma anche se non è di grado apicale, pur mantenendo una buona retribuzione, è in grado di fermare il processo amministrativo relativo al suo livello senza responsabilità effettive di sorta.

Risultato: creazione della classe Burocrate dei Radical Chic potentissima e senza responsabilità e soprattutto quella che denominerei la classe dei nuovi ricchi. Di quelli cioè che guadagnano senza pensieri. E gli operai? Sono sempre più spesso dimenticati e lasciati al loro infimo peso contrattuale e questo perché i radical chic, tutti provenienti dalla alta borghesia, che negli anni ‘70 appartenevano, magari, a Potere Operaio, dicono di andare incontro alle aspettative dei più deboli, ma nei fatti incentivano la legge del più forte. Infatti, mantenendo rigide alcune variabili fondamentali dell’economia, come ad esempio il costo del lavoro e alcuni servizi non strategici, sempre all’interno del bilancio Pubblico, si genera un circolo dannoso che spreca risorse e mantiene sempre in bilico la posizione della nostra società, per la mancanza, appunto, di risorse a disposizione dei cittadini. E questo con la ulteriore difficoltà in gran parte del Paese a produrre surplus di reddito disponibile, in special modo nel Sud.

La miopia di una classe politica che in cambio di un consenso diffuso vuole elargire protezione e irresponsabilità di sorta ha generato, in effetti, un aumento del costo del lavoro per le classi medio basse direzionato soprattutto nella parte contributiva, poiché la parte salariale secca è rimasta bassa e insufficiente. E quindi, è chiaro che questa protezione ha un prezzo soprattutto per quelli che dovevano essere i salvaguardati ad ogni costo, da parte della politica di quest’ultimo ventennio, che più volte nei pezzi scorsi si è definita con la parola composta clerico-comunista. Da qui l’abbandono della classe operaia dei vecchi partiti storici che la rappresentavano e lo stravolgimento dei vecchi riferimenti di rappresentanza. Ed i vecchi partiti provenienti dalla sinistra storica oggi, infatti, non rappresentano altro che i radical chic e cioè i benestanti benpensanti di cui in precedenza.

E tornando agli effetti di tale folle percorso, ricordiamo agli eletti che quando vi è insufficienza di liquidità e di stabilità economica il mercato spinge verso il basso i valori patrimoniali di un Paese, ragion per cui chi ha surplus di capitale fa la spesa con poco rispetto al valore, e si acquista i gioielli dell’economia di contesto. Una rigidità di costo, che non solo costa al Paese in termini di produttività rispetto agli stipendi erogati, ma che ancora di più pesa, per i danni che le lentezze burocratiche ad opera degli ‘’Irresponsabili amministrativi’’, creano agli investimenti da realizzare.

Questi campioni non comprendono che il blocco totale degli investimenti pubblici ad opera di una burocrazia maldestra, ignorante e supponente, impedisce di attuare lo sviluppo economico del territorio e questo a detrimento dell’occupazione e del reddito disponibile. E non si capisce che il paventare il benessere diffuso a prescindere, non può far reggere l’equilibrio entrate-uscite del bilancio Pubblico con grave scadimento dei servizi e/o addirittura la scomparsa degli stessi. Le aspettative sono talmente inadeguate che i buoni propositi di aiutare il debole finiscono per naufragare ed indirettamente favorire il capitalismo più sfrenato e cioè quello senza regole che in momenti di crisi la fa da padrone.

Abbiamo, cioè, detto che senza il ritorno al principio del buon padre di famiglia, non ci salveremo ed il caos è alle nostre porte. Dio ci salvi dall’uomo solo al comando, ma ci vogliono le proposte con spirito critico costruttivo, delle associazioni datoriali e sindacali che in questo momento languono nel ricordo dei tempi che furono e che non ci sono più. Solo chi lavora ha diritto al benessere diffuso. O meglio deve partecipare a tale fruizione, in base al suo apporto alla società. Chi non lo fa dovrà accontentarsi dei bisogni primari che uno stato democratico deve assicurare a tutti i cittadini. Ma non indistintamente entrare in competizione con chi suda , rischia ed è occupato per più tempo nelle attività lavorative. Quello è un altro mondo.