Le misure dell'inchiesta Pompe bianche-Oro nero sono state eseguite da militari dell'Arma e della Finanza (foto di repertorio)

INCHIESTA POMPE BIANCHE-ORO NERO Il capo del sodalizio intercettato mentre racconta di aver chiesto aiuto per un raid a un camorrista di Ponticelli

Secondo quanto emerge dall’ordinanza a firma del gip del Tribunale di Lecce (Laura Liguori), la cui relativa operazione ha portato ad eseguire 13 misure di custodia cautelare (in nove province italiane), Michele Cicala, 40enne di Taranto, sarebbe stato a capo di un sodalizio criminale, che aveva affari anche in Campania. Le accuse, contestate a vario titolo agli indagati (41 in totale), sono quelle di associazione per delinquere con l’aggravante del metodo mafioso finalizzata alle frodi in materia d’accise e iva sugli oli minerali; intestazione fittizia di beni e società; truffa ai danni dello Stato (carburante di contrabbando smerciato presso le cosiddette pompe bianche, quelle no logo, ndr).

Lo stesso Cicala, che in Campania faceva affari anche con persone legate ai Casalesi, avrebbe intessuto rapporti pure con la camorra napoletana, il clan Mazzarella, nello specifico. La circostanza si evince anche rispetto a quanto succede il 28 maggio del 2019, quando per risolvere una questione di ammanco di denaro, si tiene una riunione in provincia di Salerno. Al summit partecipano l’imprenditore salernitano, che nei fatti lavora per Cicala, e il socio casertano (dell’imprenditore salernitano), a sua volta terminale del clan dei Casalesi.

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Temendo eventuali problemi, il salernitano chiama Cicala, che insieme ad alcuni suoi uomini, da Taranto si porta nei paraggi del luogo della riunione, armato, per intervenire nel caso si verifichino imprevisti. L’intervento non si concretizza, nonostante l’imprenditore del clan dei Casalesi abbia minacciato di morte quello che lavora per i tarantini. In seguito a quanto avvenuto nel capannone durante l’incontro, il salernitano, terrorizzato, si rifugia a Taranto, per essere protetto da Cicala. Proprio quel giorno (il 28 maggio del 2019), quando i due giungono nei pressi della casa del capo, si sente quest’ultimo che redarguisce il suo accolito.

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«Cicala – è riportato in una informativa di polizia giudiziaria – continuava a rimproverare M. P. (l’imprenditore salernitano, ndr) per il suo comportamento nell’incontro con (gli imprenditori legati ai Casalesi), precisando che durante tale incontro lui (Cicala, ndr), e altri due soggetti girovagavano armati per le vie di Polla (in provincia di Salerno)». «Noi siamo saliti da Taranto (a Polla, ndr) tutti armati, ci siamo messi a girare, a fare…», dice, intercettato, Cicala.

Non solo, Cicala spiega pure che una volta appreso da Antonio Siano (uno degli indagati), che l’imprenditore lo aveva chiamato al telefono per dire che lo avevano minacciato, si era immediatamente attivato contattando «un soggetto del quartiere Ponticelli di Napoli – è scritto nero su bianco nell’informativa di polizia giudiziaria -, legato al clan Mazzarella». «Ho chiuso il telefono e ho chiamato a Ponticelli. Ho detto: “Compà, preparati”», afferma Cicala.

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