sabato, Maggio 21, 2022
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«Continuerò a parlare anche a costo di finire ammazzato»

LA STORIA DELLA CAMORRA – Il fratello del boss che sfidò la camorra

Il clan Giuliano per anni ha comandato su Forcella e il centro storico di Napoli. Al suo vertice c’era la famiglia creata dal capostipite Pio Vittorio che poteva contare su ben 11 figli. Non tutti però erano camorristi. Qualcuno addirittura ha denunciato i mali della criminalità organizzata, come il primo genito Nunzio Giuliano che, dopo la morte per overdose del fglio 17enne, decise addirittura di rinnegare quel mondo, di dissociarsi. Per spiegare a tutti quanto fosse crudele. Raccontò pubblicamente la sua versione dei fatti. In una sorta di «processo», organizzato da un gruppo di studenti, in un cinema cittadino intervenne come testimone. Giuliano in verità, già nel novembre del 1987, aveva iniziato a parlare in interviste e apparizioni televisive.

In quell’occasione i giovani vollero «processare» la malavita organizzata chiamando a presiedere la giuria il professor Alfredo Galasso, docente di diritto civile all’università di Palermo, a sostenere la pubblica accusa due giornalisti, Fabrizio Feo ed Eleonora Puntillo. All’associazione degli studenti anticamorra toccò il ruolo di parte civile. Il dibattito si concluse con un verdetto di condanna: mafia e camorra – sottolinearono gli studenti – formano un sistema di potere economico, politico e criminale e perciò privano le nuove generazioni della possibilità di ”costruire e fare proprio il futuro”».

«Non ho voluto accettare il destino che mi era imposto»

«Da piccolo mi è stato inculcato il dovere di essere camorrista, di fare il camorrista, e io non ho voluto accettare il destino che mi era imposto», affermò Nunzio Giuliano, rispondendo alle numerose domande rivoltegli dagli studenti. «Ma quando si vive in quartieri dove c’è degrado civile, culturale e morale – aggiunse – non si è sempre in condizione di scegliere».

Ribadendo il valore dell’istruzione per una crescita delle coscienze contro i messaggi della malavita organizzata, Giuliano denuncio le responsabilità dello Stato e l’esistenza di una «criminalità politica» alla base delle connivenze tra camorra e istituzioni. A chi gli domandava se rispondesse al vero che, nell’ambito dei festeggiamenti per la vittoria dello scudetto, alcuni esponenti politici napoletani avessero ricevuto – durante una cerimonia svoltasi a Forcella – premi da rappresentanti della sua famiglia, Giuliano rispose: «Mi risulta, me l’hanno raccontato». «Esprimere quello che penso – concluse – è così forte, è così bello che non ho paura di una vendetta: tra le due ho scelto la libera espressione e non la schiavitù».

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