Conti, prelievi e affari sotto esame per cercare pagamenti alla banda avellinese. Negli atti spuntano mille euro e viaggi spesati
I conti di Lavitola sotto la lente
I pm cercano i soldi della bomba. L’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci passa ora dai conti di Valter Lavitola, indagato come presunto mandante dell’azione compiuta sotto casa del giornalista di Report.
Gli investigatori stanno verificando movimentazioni bancarie, depositi, prelievi e operazioni collegate alle attività dell’imprenditore. L’obiettivo è individuare uscite sospette o entrate senza una spiegazione chiara e ricostruire eventuali passaggi di denaro verso la banda avellinese accusata di avere piazzato l’ordigno.
Al centro degli accertamenti c’è Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola e conoscente degli arrestati. Secondo l’accusa avrebbe fatto da intermediario. Subito dopo l’attentato è partito per il Camerun con un viaggio organizzato dallo stesso Lavitola, che sostiene di averlo mandato in Africa per seguire il business dei carbon credit.
Pagamenti tra contanti e viaggi
Gli inquirenti stanno ricostruendo ogni trasferimento economico tra Lavitola e Tavares. I primi accertamenti avrebbero fatto emergere compensi complessivi tra 5mila e 10mila euro, distribuiti tra denaro e trasferte pagate.
Negli atti compare anche una telefonata tra Pellegrino D’Avino e Saverio Mutone. «Domani mattina, sotto casa tua, ti ritiri i mille euro. Io la mattina, senza che mi chiamassi, ti ho portato i mille euro fin dentro al letto», dice D’Avino. Mutone risponde: «È vero».
Per gli investigatori, quella somma potrebbe essere collegata alla partecipazione all’attentato. In un’altra conversazione, parlando del «fatto di Ranucci», uno degli indagati afferma: «Noi stavamo da due tre ore lì».
«Al massimo mi faccio questi 30 anni»
Mutone, intercettato mentre manifesta preoccupazione per l’inchiesta, dice: «Mal che vada me li vado a fare questi 30 anni». Nei giorni successivi avrebbe cercato online «Ranucci», «Ranucci bomba» e «Ranucci indagine».
D’Avino ha scelto di non rispondere al pm, limitandosi a dichiarare: «Non so chi sia Lavitola e non conosco Ranucci, non sapevo fosse un giornalista». Ha però confermato di conoscere Tavares e di aver lavorato con lui nella sicurezza di locali ed eventi in Campania.
Secondo il gip, Tavares avrebbe anche suggerito una versione alternativa da fornire in caso di arresto, indicando un presunto albanese conosciuto a Ostia come possibile committente. La difesa punta ora al Riesame per far cadere l’aggravante del metodo mafioso.
















