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«I ritardi nel dare l’allarme hanno provocato la tragedia»

Concordia, l’intervista al comandante Raiteri, all’epoca coordinatore dei nuclei sommozzatori della Guardia Costiera

di Mariangela Capparella

Sono le ore 21:45:07 del 13 gennaio 2012. A bordo (dove ci sono 4.229 anime in totale) è in corso la sontuosa serata di Gala della crociera «profumo d’agrumi». Gli ospiti vengono intrattenuti dallo Staff Selection, dal corpo di ballo ai musicisti. È una meravigliosa serata invernale , il mare è in bonaccia e la Costa Concordia, salpata alle ore 18.57 dal porto di Civitavecchia, naviga come da programma vicino la piccola Isola del Giglio, destinazione Porto di Savona.

Tutto procede, quando improvvisamente, per effettuare il rituale «inchino» ad una personalità che si trova sul posto, si imbatte ed impatta a sinistra sugli Scogli denominati «Le Scole» non segnalati da molte carte nautiche, o almeno non dalla carta nautica presente a bordo.

Il comandante Schettino è nel panico! Per un’incomprensione sui calcoli di rotta con il suo Ufficiale in seconda, il gigante di acciaio è troppo sotto costa. Tentano la virata di rientro tardi e a troppa velocità, 15 nodi per l’esattezza. Quell’errore gli è fatale! Nella nave si apre una falla lunga 70 metri x 7 di altezza. Ore 22.07 La capitaneria di Civitavecchia contatta il personale del ponte ma da quest’ultimo dicono che sia tutto ok e che trattasi di un semplice blackout! Purtroppo i compartimenti allagati sono quattro, rispettivamente 4-5-6 e 7 ed è un rapido calcolo matematico: la nave affonderà!

Ma quella notte tra i tanti Corpi militari (Guardia di Finanza- Vigili del fuoco ecc) intervenuti sul posto c’è un uomo che ho l’onore di intervistare ed è il Capitano di Vascello Rodolfo Raiteri dislocato oggi a Napoli e a capo del Reparto Operativo della Capitaneria di Porto.

Comandante Raiteri sono ormai trascorsi 10 anni da quella che fu per la Marineria Nostrana una tragedia. Lei al tempo era Capitano di Fregata e coordinava tutti i nuclei sommozzatori della Guardia Costiera da nord a sud. A che ora siete riusciti ad arrivare sul posto dal momento che siete dislocati su tutto il territorio Nazionale?

Il primo nucleo quello di Genova, che al tempo comandavo, ricordo che arrivammo circa alle 7.30. Gli altri nuclei si trovano a San Benedetto del Tronto e Napoli. Finita la fase di emergenza si sono avvicendati altri nuclei per preservare l’aspetto di sicurezza ambientale dal momento che la nave era carica di carburante.

Quali sono state le sue emozioni e preoccupazioni dopo aver appreso la notizia? Quali i suoi pensieri nell’immaginarsi ciò che avrebbe potuto trovare sul posto?

Quando mi hanno dato la notizia alla quale a dir la verità ero incredulo non potevo assolutamente immaginare lo scenario operativo che si sarebbe prospettato sul posto. Infatti quando siamo arrivati sull’isola non sapevamo da che parte cominciare perché era una situazione per la quale nessuno si era mai addestrato e con delle complicazioni non indifferenti. Ad esempio la nave era totalmente instabile, poggiata su due scogli e non sapevamo se potesse scivolare sul costone e andare direttamente su un fondale di 90 metri. Quindi entrare dentro era un rischio con tutte le conseguenze relative al caso per gli operatori che erano dentro.

Chi è stato il primo a entrare?

Siamo stati io ed un altro operatore del nucleo di Genova, Busi. Siamo entrati dopo quasi un giorno di lavoro sui ristoranti di poppa poiché non c’erano punti di accesso. Abbiamo dovuto creare ingressi rompendo a colpi di mazzetta le vetrate del ristorante fatte da un doppio vetro molto resistente tipo quello delle banche.

Qual è l’immagine che più l’ha colpita e che se chiude gli occhi ancora riesce nitidamente a vedere?

L’immagine che più mi ha colpito è stato il non vedere nulla con questo scenario apocalittico senza avere senso dell’orientamento. Bisognava penetrare con ostacoli ovunque e completamente al buio perché la sospensione che si era creata all’interno faceva effetto nebbia. Quindi con le lampade non si vedeva niente, senza era buio e la paura di non riuscire a trovare la via per uscire dalla nave era molta.

Nonostante lei sia una persona di grande polso ed esperienza, questa è stata un’emergenza contro la quale ogni Militare operativo di Marina si addestra pregando di non trovarsi mai. Qual è stata la prima manovra che ha fatto per coordinare i soccorsi?

Abbiamo cercato di capire come erano gli interni della nave, cercato di capire dove probabilmente si potessero trovare i dispersi. Sperando di trovare qualcuno vivo in qualche sacca d’aria. Abbiamo lavorato per questo notte e giorno correndo anche dei rischi in più e devo dire la verità non rispettando neanche quelle che sono le usuali regole di sicurezza perché di fronte al fatto di dover andare a salvare qualcuno che poteva essere vivo abbiamo soprasseduto un po’ su tutto!

Lei era, in quei mesi, al comando non solo dei suoi uomini ma ha collaborato e coordinato anche altri nuclei, addirittura francesi.

Il nucleo Francese è arrivato molto più avanti, quando sospettavano che non facessimo abbastanza, poiché c’erano anche dei dispersi francesi. Ricordo ancora le parole del comandante dei vigili del fuoco francese che disse: «Noi non avremmo mai potuto fare di meglio!» e ci ringraziò perché appunto si rese conto che stavamo rasentando l’impossibile. E le assicuro che avere un complimento simile dai francesi è pressappoco impossibile.

Qual è il primo pensiero a ogni immersione sia per i tuoi uomini, sia per i dispersi?

In qualsiasi occasione si sia immerso uno dei nostri uomini era quello che potesse accadere qualcosa e non riuscire a recuperarlo in tempo poiché la situazione era troppo precaria per la quale sarebbe stato difficile anche inviare degli uomini in soccorso. I tempi per raggiungerlo e trovarlo all’interno del relitto sarebbero stati troppo lunghi anche usando poi il famoso filo d’Arianna che ci eravamo inventati per trovare la strada per uscire.

Uno dei sopravvissuti, il sig. Umberto Trotti oggi quarantaquattrenne, tre giorni fa in una dichiarazione all’Ansa ha detto di aver, in qualche modo, compreso il comandante Schettino e le ragioni della sua famiglia che tutt’ora lo difendono. Oggi Schettino sta ancora scontando la pena in carcere; Lei come commenta le azioni di quella notte? È stato davvero l’unico e solo responsabile di questa vicenda o come afferma il sig Trotti la responsabilità andrebbe equamente suddivisa con tutto l’equipaggio del ponte?

La mia idea, del tutto personale. Ritengo che la responsabilità sia soltanto sua. Lui era il comandante a bordo e poteva decidere vita, morte e miracoli. Avrebbe potuto dare gli ordini necessari per impedire che la situazione si trasformasse in tragedia. Seppur nell’errore di incidente iniziale i ritardi nel dichiarare l’emergenza per far evacuare i passeggeri hanno determinato tutto quello che poi è successo dopo.

Comandante Raiteri a così tanti anni dall’evento, oggi cosa rimane in lei? Tra i suoi ricordi? Ha qualche senso di amaro in bocca?

I ricordi di quei momenti li ho davanti, stampati in maniera molto chiara perché non sono facili da dimenticare sia dal punto di vista tecnico-professionale che dal punto di vista emotivo. Rimorsi non ne ho perché so che abbiamo fatto tutto quello che umanamente era possibile finanche l’impossibile. Quindi sicuramente un evento che rimarrà scolpito nei miei ricordi e nella mia vita.

Come ci si sente, suo malgrado, ad aver scritto un importante pezzo di storia che verrà ricordata negli annali della Marina Italiana e non solo?

Questo è un aspetto che non ho assolutamente considerato. Di una cosa sono felice e cioè che con i nostri ragazzi abbiamo consegnato i corpi di 16 vittime e quindi questa è la mia magra soddisfazione. Ovviamente avremmo voluto trovarle in vita.

Innanzitutto la vorrei ringraziare per la sua disponibilità ma prima di salutarci mi conceda un’ultima domanda, lei e tutti i suoi uomini, siete certamente Eroi! Degni di nota ed encomio ma c’è qualche nome che vorrebbe far presente in questa intervista? Qualcuno da elogiare in modo particolare?

No questo non mi sento di dirlo, perché ogni singola persona dei vari nuclei ha dato veramente il massimo che si possa dare. Siamo riusciti a funzionare alla perfezione. La macchina del soccorso ha funzionato davvero al di sopra di ogni mia migliore aspettativa!

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