di Giancarlo Tommasone

Nella serata in cui si cerca di celebrare il cantore di Napoli e della nostalgia propriamente detta, il blues, manca soprattutto una cosa: il pathos. Vale a dire la componente principale dell’arte di Pino Daniele. Uno show pessimo dalla composizione del parterre (si salvano – a stento – Massimo Ranieri di «Cammina cammina», Fiorella Mannoia di «Sulo pe’ parlà» e il duo Teresa De Sio-Paola Turci di «Lazzari felici»), fino ad arrivare ai presentatori, attori o quello che erano.

Lo stesso Panariello ha detto: vi starete chiedendo cosa ci faccia io qui, stasera. Sì, se lo sono chiesti in tanti.

Eppure quello di Panariello, è stato tra gli interventi, forse più emozionanti dello show, ma solo per il testo di Troisi che ha provato a recitare. Sprazzi di emozione sono arrivati inoltre dai contributi originali con Daniele. Ma è finita lì.

E’ stata una festa triste, da selfie col ricordo, nulla di più. Imbarazzanti le performance di Sangiorgi (la sua voce ha stancato), di Emma Marrone (sguaiata), di Baglioni, di Ramazzotti, Jovanotti. Non avrebbe tolto molto tempo a quei professionisti, lo studio della pronuncia delle parole in napoletano che dovevano andare a cantare. Quelle dita al cielo alla fine di ogni pezzo, i «ciao Pino», «ciao Napoli», i 40mila entusiasti per forza del San Paolo non sapevano di essere intimamente tristi.

C’erano i 50enni a caccia di atmosfere e sensazioni che hanno invano cercato, che non hanno trovato, che non torneranno più. C’erano i 20enni che forse a stento riuscivano a ricordare le parole di qualche canzone dell’ultima produzione. Alla fine il luogo comune ha continuato a trionfare nell’intervento stupido di Brignano, non quello di un comico, attenzione. Nella tristezza di Gianna Nannini e Elisa che hanno scimmiottato la pazzia, che hanno stracciato una canzone simbolo della lotta e della ribellione.

La Rai fallisce miseramente, incollando gli interventi a sostegno dei pezzi che andranno a inguaiare gli artisti che si avvicenderanno sul palco. Volevamo giusto ricordare ad Antonello Venditti che Pino Daniele nel 1969 aveva 14 anni, poco probabile che sia lo stesso che gli avrebbe scaricato il pianoforte dal furgone.

Che tristezza la necessità di trovare un ricordo, un aggancio col cantautore per giustificare «Notte prima degli esami», cantata, tra l’altro, pessimamente. Che c’entri poi Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio di «Gomorra», con Pino Daniele, lo sa solo la produzione. Che cerca di risuscitare personaggi che sono da anni sul sentiero del tramonto.

Lo share sarà stato anche alto, la godibilità dello show per niente. Il ricordo e la celebrazione come i menù per i turisti nelle trattorie delle località balneari.

Una sorta di concerto di Capodanno, che non riusciva proprio a finire. La seconda parte, qualitativamente migliore, non riesce a salvare la serata dal fallimento. Gli unici veri testimoni che avrebbero potuto parlare di Pino hanno fatto quello che meglio sanno fare, hanno suonato, ritagliandosi solo un piccolo spazio per salutarlo e ricordare Rino Zurzolo. Per fare gli auguri per un veloce ritorno tra loro a Joe Amoruso. Momenti autentici pochi, per il resto atmosfera da sciacallaggio mediatico, oleografia e di corsa disperata al «c’ero anch’io; l’ho conosciuto anch’io».

Speriamo solo che ne abbia tratto beneficio la solidarietà. L’unico motivo che può giustificare quanto ci è stato propinato. Pino è un’altra cosa, un’altra storia. Meno male.