giovedì, Agosto 18, 2022
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«Con la camorra ho chiuso a partire dal 26 maggio del 1983»

La lettera del boss della Nco, Raffaele Cutolo (deceduto il 17 febbraio scorso): non mi pentirò e morirò in carcere

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo (deceduto lo scorso 17 febbraio all’età di 79 anni) è famoso anche per il cospicuo numero di lettere che nel corso della prolungata detenzione – oltre 56 anni, di cui circa 40 passati in regime di carcere duro – ha inviato a tribunali, organi di stampa, suoi interlocutori di penna. Molte missive hanno avuto come argomento l’allontanamento dalla camorra, anche se, il padrino di Ottaviano ha sempre sottolineato che non si è mai pentito, né che lo avrebbe fatto in futuro.

Il concetto è ribadito in una lettera che Cutolo invia all’agenzia Ansa, il 17 marzo del 1994, dal carcere di Carinola (Caserta), dove era allora detenuto. Attraverso la missiva, smentì di essere pentito e dichiarò di aver solo testimoniato davanti ai giudici di Salerno «contro il lordume e il putridume del potere corrotto». «La mia famiglia – scrisse il boss – dovrà vivere serena, i signori giornalisti devono smettere di scrivere menzogne. Io non mi pentirò mai e per me parlano 30 anni di carcere (siamo appunto nel 1994, ndr) con gli ultimi 12 di duro, inumano isolamento».

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«La dignità – continuava la missiva di Cutolo – è più forte della libertà, e la dignità non si baratta con nessun privilegio. Tra l’altro, per mio principio, non accetto la legge sui pentiti perché è una offesa alla gente onesta. Non è giusto che uomini, i quali hanno commesso tanti omicidi, solo perché accusano tante povere persone, ritornano appena dopo un anno di carcere, alla vita libera. E quelli che pagano duramente sono soltanto i poveri cristi».

«Sono stato sentito – scrisse il capo della Nuova camorra organizzata – dai giudici di Salerno, come testimone, contro il lordume e il putridume del potere corrotto e sono sempre pronto ad essere sentito, come teste, contro il potere corrotto perché è il vero cancro di questa società e quindi va estirpato. Io ho sempre combattuto il potere corrotto mentre altri boss ci sono sempre andati a braccetto. Ecco perché uso dire spesso ai giovani di non seguire i capi di nessuna organizzazione perché sono una razza di infami».

Il boss prende nuovamente le distanze dalla camorra: «Ho detto basta con la camorra fin dal 26 maggio ’83 (giorno in cui sposa in carcere Immacolata Iacone, ndr), ed oggi mi sento sereno e non mi sento socialmente pericoloso, bensì mi sento socialmente utile.  Anche se da 12 anni mi fanno vivere peggio di una bestia, non mi lamento, perché anch’io ho seminato morte e violenza. Capisco anche che il mio non voler collaborare mi porterà a morire nel freddo di una cella. Però desidererei la giustizia di uno Stato, non la vendetta».

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