Un’intercettazione riporta la Dda a un omicidio rimasto senza colpevole per 37 anni. L’accusa punta su Giovanni Lombardi
Una conversazione captata in casa di un detenuto ha rimesso in moto un’indagine ferma da 37 anni. La Dda di Napoli ritiene di avere individuato in Giovanni Lombardi l’uomo che avrebbe ucciso Pasquale Di Buono ad Acerra mentre si trovava fuori dal carcere grazie a un permesso premio.
La frase del fratello riapre il caso
A rimettere insieme i pezzi è un’intercettazione ambientale registrata nell’abitazione di Cuono Lombardi, fratello dell’indagato. Durante una conversazione con Antonio Martino, l’uomo parla dell’omicidio del «padre dello gnocco» e indica Giovanni come esecutore.
Da quelle parole gli investigatori sono tornati indietro nel tempo, dentro la camorra di Acerra degli anni Ottanta, seguendo una pista rimasta sepolta per decenni.
Il permesso e il viaggio fino a Campobasso
Giovanni Lombardi era detenuto nel carcere di Campobasso, ma in quei giorni poteva uscire. Gli investigatori hanno così ricostruito orari e distanze per capire se l’omicidio fosse compatibile con il suo rientro in istituto.
Il risultato, secondo l’accusa, è positivo. I 112 chilometri tra Acerra e Campobasso potevano essere percorsi in tempo. Il delitto sarebbe avvenuto abbastanza presto da consentire a Lombardi di tornare in carcere entro l’orario stabilito.
Su questo passaggio hanno lavorato la Squadra Mobile di Napoli, il commissariato di Acerra e la Dda.
Il movente nasce dentro il clan
Pasquale Di Buono, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era diventato scomodo per il gruppo di Cuono Crimaldi. Il figlio Antonio, poi diventato collaboratore di giustizia, lo ha descritto come «un piccolo ladro che si faceva rispettare anche dai camorristi».
Di Buono avrebbe schiaffeggiato pubblicamente Vincenzo Vigliotto e manifestato l’intenzione di prendere le distanze dal clan. Sarebbe bastato questo per far maturare la decisione di eliminarlo.
I collaboratori ricostruiscono movente e agguato
Alle verifiche tecniche si sono aggiunte le dichiarazioni di Bruno Avventurato, Vincenzo Di Nuzzo, Gennaro Pacilio e Antonio Di Buono. Le loro versioni hanno permesso agli investigatori di rileggere movente, tempi e rapporti interni al gruppo.
È lo stesso meccanismo che, in altre inchieste sugli omicidi di camorra ad Acerra, ha consentito di riaprire vicende rimaste a lungo senza una verità giudiziaria.
Gli altri delitti per depistare le indagini
Il racconto dei collaboratori porta anche a tre omicidi successivi contro uomini vicini ai Nuzzo. Sarebbero stati ordinati per spostare l’attenzione degli investigatori e far apparire la morte di Di Buono come un capitolo della guerra tra clan.
Dopo quasi quattro decenni, quella strategia potrebbe essere stata smontata da una frase pronunciata tra le mura di casa.

















