In Colombia, li chiamano «cocaleros». Sono quelli che «lavorano» nelle piantagioni di papaveri, da cui poi si ricava la polvere bianca che viene rivenduta in America, in Europa e in Medioriente per «incipriare» le narici di ricchi e povericristi, bianchi e neri. Sono metà narcos e metà contadini, in pratica.

I cocaleros del Monte Faito come quelli di Medellin o Cali

A sud di Napoli, dalle parti di Castellammare di Stabia e dintorni, non ci sono ancora (per fortuna) le piantagioni di coca, in compenso è da qualche tempo che sono comparse figure molto simili ai «cocaleros»: gli addetti alla coltivazione della cannabis. La pianta di marijuana, per intenderci.

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L’area dove questi arbusti, alti fino a due metri, prosperano e crescono è il massiccio dei Monti Lattari e, più specificamente, il Monte Faito. Lì, con il favore di una natura ancora aspra e quasi abbandonata a se stessa, in un’area compresa tra i Comuni di Lettere, Gragnano e Sant’Antonio Abate, è facile nascondere tutto, figuriamoci qualcosa di color verde.

I carabinieri, la Finanza e la guardia forestale si mettono d’impegno, soprattutto dopo l’estate, a cercare di sradicare un fenomeno che sta diventando sempre più esteso e sempre più difficile da arginare. «Vallone-Fondica», «Selva di Casola», «Depugliano», «Capomazza» sono le frazioni dove i «cocaleros» napoletani arano e mietono. Ogni raccolto vale dai 200 ai 500mila euro e conta non meno di un centinaio di piante di cannabis.

Il meccanismo di quest’affare criminale è semplice e non necessita di grandi risorse: i semi infatti si trovano facilmente su siti web specializzati. Si comprano per poche decine di euro, come si farebbe per bulbi di tulipani olandesi o per altre essenze esotiche. Si prenotano e arrivano direttamente a casa. Poi scatta la scelta del migliore terreno dove farli crescere.

«Fino a qualche anno fa», ricorda un investigatore esperto di lotta al traffico di droga, «le forze dell’ordine riuscivano a individuare le piantagioni sul Faito sorvolando, con un elicottero, le zone particolarmente “sensibili”, ma oggi, purtroppo, i contadini si sono fatti furbi e “occultano” le coltivazioni di cannabis al centro dei boschi, dov’è quasi impossibile, dall’alto, distinguere un arbusto lecito da uno “illecito”».

I campi di cannabis sono dunque «confusi» tra castagneti, lecceti e faggeti (e proprio dal faggio si pensa che derivi il nome Faito in dialetto stabiese) e finiscono per essere mimetizzati in prossimità di insenature grandi e piccole.

«È sempre più difficile riuscire a trovarli, anche se un punto debole nella catena di lavorazione della marijuana made in Naples esiste: la cannabis è una pianta molto delicata, che ha bisogno di tanta acqua e di sole. Ha bisogno, insomma, di una cura quasi quotidiana, che espone chi se ne occupa a maggiori possibilità di essere scoperti». Anche se, a dire la verità, sono pochissimi i casi di «cocaleros» napoletani sorpresi con l’innaffiatoio in mano e per questo finiti in manette.

«Il rischio, piuttosto», continua l’investigatore, «è che anche sui Monti Lattari si possa adottare il sistema che, in Calabria, ha di fatto azzerato la possibilità di contrasto alle coltivazioni della pianta di marijuana. E cioè la creazione di serre sotterranee, dove gli arbusti vengono “allevati” alla luce dei raggi ultravioletti di potentissime lampade. Alcune di queste aree attrezzate sono state scoperte al termine di complesse e costose indagini contro la ’Ndrangheta, ma è impossibile pensare di localizzarne altre sulla base delle attività investigative classiche adottate in questo genere di operazioni antidroga». Ossia: pedinamento e perlustrazioni nella boscaglia.

Il business delle coltivazioni di cannabis, dicono i rapporti delle forze dell’ordine e le risultanze processuali di questi ultimi anni, è saldamente nelle mani delle locali organizzazioni criminali. Due delle quali, soprattutto, sembrano avere grandi interessi nel comparto: i Di Martino di Gragnano e i D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Soprattutto i primi hanno potuto irrobustire il loro potere criminale grazie alle enormi rimesse di denaro contante che la filiera della marijuana fatta in casa produce e grazie alla sostanziale omertà delle popolazioni locali che mai hanno, tranne in rarissimi casi, denunciato la presenza di coltivazioni proibite su aree demaniali.

Il business delle famiglie Di Martino e D’Alessandro sul Monte Faito

I Di Martino e i D’Alessandro sono storiche famiglie malavitose della provincia partenopea, oggi messe in ginocchio dall’incessante lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura ma non ancora del tutto smantellate. Nel corso di una retata in grande stile tra Castellammare di Stabia e Gragnano, i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata distrussero un’enorme piantagione di cannabis sui Monti Lattari. Qualche tempo dopo, ascoltando alcuni affiliati alle cosche finiti sotto intercettazione, gli investigatori si resero conto di aver tramortito i gruppi camorristici con la loro operazione. I «cocaleros» del Faito schiumavano rabbia al telefono e si rammaricavano di non essere riusciti a evitare il disastro. «Bisognerebbe bruciarli li dentro», dissero al cellulare, evocando tragiche scene di guerra tra narcos e forze di polizia in Sud America.

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