(Nella foto l'imprenditore narcotrafficante Antonio Capasso)

L’ex braccio destro del narcos Bruno Carbone ricostruisce la scalata dei due imprenditori con base tra Casoria e Posillipo: «Ciro è l’unico a “lavorare” tantissimo senza versare il pizzo al “sistema”»

di Luigi Nicolosi

Dalla ristorazione alla cocaina, andata e ritorno e viceversa, fino ad accumulare una mastodontica quantità di debiti. Un’esposizione tale da non rendere vantaggioso per nessuno dei clan napoletani la loro eliminazione. Andrea Lollo, ex broker del traffico di droga e fidatissimo braccio destro del narcos Bruno Carbone, è stato il primo a descrivere con dovizia di particolari il modus operandi degli imprenditori Ciro e Antonio Capasso, balzati prepotentemente alla ribalta della cronaca giudiziaria due anni fa, quando un maxi-blitz ha disarticolato uno spaventoso smercio di stupefacenti nelle piazze della Napolo Bene: «Conviene a tutti i clan che facciano soldi, perché ne devono dare troppi a tutti i clan. Quindi gli lasciano fare liberamente non solo la droga ma anche attività commerciali come il ristorante Tufò che hanno aperto a Posillipo».

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È il 16 maggio del 2018 quando il pentito Lollo, incalzato dalle domande degli inquirenti della Dda di Napoli, decide di scoperchiare il Vaso di Pandora. Le sue dichiarazioni sono dirompenti. L’ex broker, infatti, punta il dito senza esitazione contro i due imprenditori originari di Casoria, ma nel tempo affermatisi prima a Secondigliano e poi anche nel centro di Napoli: «Ciro Capasso e Antonio Capasso pagano 20mila euro al mese che suddividono tra i vari creditori. Ciro Capasso è l’unico che lavora moltissimo, sia in Campania che fuori, nel traffico di stupefacenti senza pagare i clan, proprio perché c’ha il debito con tanti, per cui o paga il debito o paga ai clan il pizzo. Dunque, conviene a tutti i clan che Ciro Capasso e Antonio Capasso facciano soldi. Il debito che hanno è la loro assicurazione sulla vita. Se un clan decidesse di ammazzarli e perdere così i soldi che deve avere, gli altri clan gli farebbero la guerra perché perderebbero anche i loro soldi».

Un circolo vizioso che ha consentito ai Capasso di rimanere sulla cresta dell’onda per diversi anni, costruendo un vero e proprio impero economico: «Lo stesso Ciro Capasso – ha spiegato ancora Lollo – mi ha raccontato di questi debiti. Io frequentavo moltissimo sia padre che figlio, che con me si confidavano. Per esempio, quando stavano nella 167 di via Ghisleri ho ascoltato Antonio Capasso che diceva al padre di non far vedere a tutti i clan che pagavano sempre precisamente perché così gli altri avrebbero capito che i due Capasso lavoravano sempre tanto e dunque avrebbero eventualmente potuto pretendere un aumento della rata. Invece questi giochetti servivano a mantenere fisso l’importo». A presentare il conto ai Capasso ci ha però pensato pochi mesi fa la giustizia italiana. In primo grado, infatti, Ciro ha incassato 18 anni di reclusione, il figlio Antonio 16 anni. Un “giochetto” che alla fine hanno pagato a caro prezzo.

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