Vito Mocella

Sottratti fondi pubblici per più di due milioni e 200mila euro

di Giancarlo Tommasone

L’ultima inchiesta che ha acceso i riflettori sul Cnr per una serie di presunte false consulenze, ha portato agli arresti domiciliari sei persone. Tra esse c’è anche l’ex direttore Massimiliano Di Bitetto. Si parla di un flusso economico di oltre due milioni e 200mila euro, soldi che di fatto, sarebbero stati sottratti alla ricerca. Nel frattempo, se da un lato gli indagati avrebbero agito approfittando dei proventi delle consulenze fasulle, dall’altro c’è da segnalare il dramma dei precari della ricerca a Napoli, come nel resto d’Italia. Per fare il punto della situazione Stylo24 ha raccolto le considerazioni di Vito Mocella, ricercatore in Fisica del Cnr, ed ex rappresentante del Cda.

Dottor Mocella, per gli inquirenti, sarebbero stati sottratti alla ricerca più di due milioni di euro.
«Una premessa, già dal 2016, quando ero rappresentante del Cda, mi ero reso conto che qualcosa non tornasse. Nel 2017 poi ho sporto denuncia. Gli inquirenti hanno fatto emergere un giro di 46 presunte false consulenze, affidate per 2 milioni e duecentomila euro, tra il 2010 e il 2016. Personalmente penso che, andando avanti con le indagini, magari si potrebbe arrivare a un flusso molto più sostanzioso, che potrebbe attestarsi sui dieci milioni. Ma questo dovrà stabilirlo la magistratura».

Quanto risente la ricerca di «distrazioni» del genere, di denaro pubblico?
«Moltissimo. Ma il problema, secondo me, è a monte. Parte dal ministero e dal modo in cui si affidano i fondi».

Nel senso che?
«Nel senso che sono affidati alla cieca, senza bandi mirati, oserei dire con assai poco criterio. E poi può accadere quello che la magistratura ha evidenziato con l’ultima inchiesta».

Parliamo del precariato, com’è la situazione al Cnr?
«Anche il Consiglio nazionale delle ricerche, è chiaro, non è immune al fenomeno. Il precariato ha ripercussioni serie non solo sulla vita dei singoli ricercatori, ma anche sulla qualità della ricerca. Non parliamo tanto di riconoscimento economico (tra l’altro, secondo me, per niente congruo per professionisti che vantano ben otto anni di formazione), bensì di equilibri esistenziali che risultano minati. Voglio dire, il giovane ricercatore, all’inizio accetta di buon grado il precariato, con la prospettiva di stabilizzazione, per mettere su famiglia, per lavorare in tranquillità. Va da sé che dopo qualche anno, può pure capitare, che il precario veda la stabilizzazione come qualcosa di sempre meno raggiungibile e cominci ad operare con meno stimoli. Tutto ciò va poi ad inficiare la qualità del lavoro svolto».

Consiglierebbe a un ricercatore di svolgere il suo lavoro all’estero?
«Sicuramente l’esperienza fuori dall’Italia è formativa, e io la ritengo necessaria per un ricercatore, che in tal modo può confrontarsi anche con realtà diverse da quella nazionale».

E nel momento in cui non si tratti solo di esperienza formativa, ma di scelta di abbandonare l’Italia?
«E’ vero, la ricerca in alcuni Paesi esteri, magari potrà avere altre modalità, diciamo meno complesse dal punto di vista strutturale e di riconoscimento economico nei confronti degli operatori. Va però detto che la scelta di svolgere il proprio lavoro all’estero è soggettiva. Molto dipende anche dall’età e dai legami che i singoli ricercatori hanno con l’Italia, parliamo, naturalmente, pure di legami affettivi, che giocano un ruolo fondamentale sulla carriera che poi si decide di intraprendere».