Clan Sibillo Forcella Napoli

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di Giancarlo Tommasone

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Ci sarebbe bisogno di studi sociologici approfonditi per comprendere la portata dell’appeal esercitato dalla cosca che fu guidata dal baby-boss Emanuele Sibillo, o dagli altri gruppi di sbandati che si sono formati soprattutto tra San Biagio, Forcella e la Sanità. Sarà il fascino del male, o il rispetto di valori sbagliati a far apparire agli occhi di ragazzini, ma anche di uomini fatti, giovani camorristi come modelli a cui ispirarsi.

Finora la nuova malavita dei vicoli, che avevamo definito social, piuttosto che pop, aveva prodotto scritte sui muri, tatuaggi.

Le iniziali FS (famiglia Sibillo), come accertato da Stylo24, erano finite pure sulla maglietta di una squadra di calcio o erano state «ritagliate», messe in evidenza dal barbiere su crani rasati. Lettere, numeri, simboli che oltre a ingolfare bacheche multimediali di tanti simpatizzanti dei clan, sono state perfino incise sulle piastrine di bracciali e sono diventate ciondoli da portare «sospesi» a un laccetto di metallo.
E’ proprio così, come mostrano le immagini che pubblichiamo in esclusiva, a Forcella e alla Sanità c’è chi indossa monili con i simboli delle cosche.

Un bracciale porta al centro una piastrina dove sono state incise
la F e la S intramezzate dal numero 17. E’ il logo dei Sibillo.

Ma FS sono anche le lettere che stanno a indicare la famiglia Sequino. Pendono da una collana, che indossa un «sostenitore» del clan. E’ strano come la storia si ripeta, quarant’anni dopo.
Il vezzo di far incidere la sigla della propria organizzazione malavitosa su piastrine di pesanti bracciali d’oro o di platino si fa risalire ai cutoliani. Si racconta che l’idea venne al boss di Ottaviano in persona; in origine i gioielli griffati NCO erano destinati ai santisti, rappresentavano il segno distintivo degli affiliati di rango, ma spesso se ne faceva dono anche a persone di riguardo: professionisti, imprenditori, grossi commercianti, insospettabili fiancheggiatori o semplici «ammiratori» della Nuova camorra organizzata.

Il «cadeau», in alcuni casi, arrivava per le feste comandate,
insieme al cesto riempito con i prodotti della terra nera del Vesuvio.

I gioielli della NCO rappresentavano il segno dell’appartenenza, assimilabile in tutto e per tutto ai tatuaggi che ai giorni nostri tingono la pelle di giovani malavitosi che si ritrovano nello stesso gruppo. Dal punto di vista della simbologia, nonostante siano passati quarant’anni, è cambiato poco. O forse nulla.

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